Economia 22 Aprile 2020

Alcune diffuse e confuse convinzioni sui risvolti economici attuali

Alcuni sostengono che la situazione economica italiana attuale implichi la riconquista della sovranità monetaria. Altri sostengono che l'enorme debito pubblico italiano derivi dalla speculazione sui tassi di interesse.

Le scelte macroeconomiche di una nazione mutano anche in base alla presenza o meno della sovranità monetaria. Si sentono affermazioni di chi sostiene che tale fattore sarebbe l'unica salvezza per l'economia italiana e che per l'atavico rischio inflattivo non vi sarebbero problemi, proponendo come esempio la politica monetaria della BCE dopo l'insorgere della crisi del 2008. Si ricorda che, per vari motivi, in quest'ultima fattispecie lo scopo della BCE era stato quello di fornire liquidità alle banche le quali, per varie ragioni, con la stessa liquidità acquistavano titoli di Stato. Poco o nulla di quella liquidità era giunta al mondo delle imprese, in particolare alle PMI. In quelle circostanze i meccanismi di trasmissione della politica monetaria non erano giunti fino al mondo delle imprese e non ci poteva essere inflazione. Pertanto, prendere come esempio quello che la BCE ha posto in essere dopo il 2008 è incoerente, se si vuole dimostrare l'esistenza o meno del rischio inflattivo. Comunque, è ben noto che, tra l'altro, le politiche monetarie espansive possono causare distorsioni economiche, inflazione asimmetrica, disequilibri tra i vari settori economici, investimenti errati nell'economia, nonchè i cosiddetti boom and bust cycle.
Qualcuno sostiene che, siccome negli ultimi tre decenni il saldo primario italiano è quasi sempre stato positivo, allora l'esplosione del debito è da attribuire agli interessi passivi, ossia alla speculazione finanziaria. Si rammenta che dopo la scissione della Banca d'Italia dal Ministero del Tesoro, avvenuta nel 1981, la classe dirigente ha scelto di collocare sui mercati finanziari i titoli invenduti innalzando i tassi di interesse. La gestione del debito pubblico e i meccanismi evolutivi dei tassi di interessi erano ben noti prima, durante e dopo l'indebitamento. L'aumento dei tassi di interesse non è certo colpa della più volte erroneamente citata speculazione finanziaria, bensì la risultante delle logiche di matematica finanziaria.
I problemi risiedono nella gestione delle scelte macroeconomiche. Innanzitutto, in un Paese senza sovranità monetaria, la spesa pubblica dovrebbe essere rigorosamente mantenuta minore delle entrate fiscali al netto di un ulteriore margine di sicurezza da accantonare per emergenze, per eventuali recessioni economiche e per ripagare una parte del debito inclusi gli interessi. Inoltre, aumentare la spesa pubblica improduttiva è devastante. L'economia italiana non si poteva permettere errori simili. Un Paese senza crescita economica, senza realizzare infrastrutture nè altri progetti e da sempre in difficoltà a raggiungere il pareggio di bilancio, non dovrebbe indebitarsi, per tante e ovvie ragioni.
Invece di indebitarsi sui mercati finanziari, si potevano adottare strategie di finanziamento diverse, quantomeno per limitare oneri e rischi finanziari. Dopo la separazione tra Banca d'Italia e Tesoro, anche in chiave anti inflazione, si sperava in un diligente uso della spesa pubblica ma non è stato così. Per giunta, la firma dei trattati doveva essere un motivo per dimostrare di essere un Paese virtuoso e rientrare nei parametri economici. Si è persa anche quella occasione e si è intaccata la credibilità dell'Italia. Se si continua a incolpare fattori esterni per gli errori di gestione, non si riuscirà né a identificare le cause dei problemi, né a diventare non furbi ma competenti, credibili e intelligenti.