Il rapporto tra economia e potere è tutt'altro che semplice. Gli storici considerano le epoche di stabilità come le più fiorenti (vedere la pax romana sotto Ottaviano Augusto) e anche gli investitori sono spesso sedotti dalla speranza che un autocrate dia slancio agli affari. Tuttavia, se guardiamo alle maggiori autocrazie mondiali, vediamo che il risultato è differente: più a lungo il leader autoritario rimane al potere, maggiore è il rischio che prenda decisioni dannose per la propria economia. Sia chiaro, anche le democrazie possono produrre decisioni economiche sbagliate: basti guardare alla Brexit nel Regno Unito. Tuttavia, nel momento in cui un leader diventa autocrate sembra crescere il rischio di cattivo rendimento.
I governi autoritari spesso entusiasmano gli investitori. Il mercato azionario turco è quasi decuplicato (in dollari) nel primo decennio in carica di Erdogan, come il mercato azionario russo nei primi anni di Putin al Cremlino e quello cinese durante il primo mandato di Xi. Parte della spiegazione è che i 3 leader hanno ereditato economie in crescita. La Turchia si stava riprendendo da una crisi finanziaria, quando è salito al potere Erdogan. Inizialmente lui ha continuato le politiche ortodosse che l'avevano riportato in bonis, poi ha adottato l'approccio non ortodosso di mantenere bassi i tassi di interesse mentre l'inflazione galoppava. La lira turca ha perso oltre il 90%...