Sempre più studi sentono la necessità di valutare l'efficienza delle proprie strutture e in particolare dei collaboratori. L'indicatore di interesse è la produttività, ovvero il rapporto tra volumi prodotti (output) e risorse dedicate (input). Nel caso dello studio, il numeratore sarà il fatturato o le quantità sviluppate (documenti registrati, progetti gestiti…), mentre il denominatore saranno le ore lavorate. Nella pratica, tuttavia, incontriamo insidie sia di natura metodologica che interpretativa. Affrontiamo entrambe le tematiche.
Sul campo riscontriamo che le analisi degli studi sono focalizzate sulla produttività economica: il rapporto tra il fatturato riferibile al collaboratore e le ore lavorate. Seppur utile a valutare la sostenibilità economica della distribuzione del lavoro, interpretazioni ulteriori di questo dato rischiano di essere una pericolosa, nonché errata, scorciatoia concettuale.
È come valutare l'efficienza di una macchina di produzione sul prezzo del venduto: chiaramente, il dato rilevante sono i volumi prodotti, non i ricavi conseguiti. Infatti, alla produttività economica concorrono due funzioni: la produzione e il reparto commerciale. Per quanto interconnesse, tali funzioni rimangono distinte, nell'azienda come nello studio.
Poiché il ruolo commerciale è di esclusiva responsabilità dei titolari, la produttività...