Letteralmente burocrazia significa “potere degli uffici”, un potere creato nella storia per legittimare le decisioni del principe, ma successivamente appoggiato su norme astratte a garanzia dell’uguaglianza e della legalità. Norme che i funzionari non hanno il potere di cambiare, ma solo l’obbligo di applicare seguendone massimamente lo spirito e la lettera. Bene. Se forme burocratiche sono presenti in tutti gli Stati, anche in quelli che, nati da fasi rivoluzionarie, sembravano avversare la burocrazia come affamatrice del popolo, un qualche lato positivo ci sarà. E c’è sicuramente anche in un apparato, in teoria, in grado di tradurre disposizioni generali in operatività pratica a favore dei cittadini.
Detto questo, penso che la ripresa dell’attività e dello sviluppo economico dopo questa grave crisi sanitaria che sta sconvolgendo la nostra vita si giocherà molto sulla capacità della burocrazia di essere rapida, giusta, leggera e “servizievole”, nel senso autentico in cui si pensano i servizi pubblici.
Già nel rapporto 1993 sulla Funzione Pubblica, il costituzionalista Sabino Cassese metteva in luce anomalie che, nel susseguirsi dei governi e scontando le innumerevoli volontà di riforma mai concretizzate, persistono ancora oggi. Sono le carenze di tecnici, l’invecchiamento del personale, l’incompetenza tecnologica, la scarsa motivazione, la propensione a non assumersi responsabilità, il rinvio delle decisioni, le molte norme che si contraddicono, i bizantinismi procedurali. Una tale situazione produce una tassa occulta calcolata al 3% sul totale degli incassi del settore statale, dovuta al mantenimento della macchina e al costo dell’operatività privata.
Eppure l’Italia, con i suoi 3,5 milioni di impiegati statali, pari al 15% del totale degli occupati, non è il Paese più appesantito. Certo, Olanda, Germania, Lussemburgo appaiono più leggeri, ma la Gran Bretagna conta sul 16% di impiego pubblico, la Francia sul 22% e la Svezia sul 29%. Cosa c’è che non va, allora, nella burocrazia italiana? Alcuni studiosi hanno individuato nelle mancate riforme strutturali (governi e ministri che cambiano in poco tempo) la maggiore causa di inefficienza. Altri indicano l’insufficiente adozione di cultura manageriale e la carenza di cultura organizzativa. Altri l’arroccamento su posizioni di privilegio dei burocrati.
Di certo sono presenti un po’ tutti questi aspetti, in misura maggiore o minore nei vari settori di intervento. Ora, però, dobbiamo riprendere il volante di una macchina in affanno e non possiamo soffermarci sulle interpretazioni, ma costruire certezze. Si stanno accumulando molte cifre importanti per la ripresa e il passaggio burocratico sarà uno snodo fondamentale per capire se riusciremo o no a riprenderci la nostra vita. È fondamentale snellire fino quasi all’annullamento le fasi di istruttoria per incrementare le fasi di controllo. Se si rendono evidenti i meccanismi farraginosi a monte, vengano forniti tutti gli elementi per aggirare l’ostacolo. Credo, invece, nella responsabilizzazione controllata, in una procedura leggera che mostri la strada entro la quale operare e gli oneri in caso di “sbandamento”.
Una situazione di crisi esige anche fantasia, ben temperata sulle procedure, che può costituire un’esperienza in grado di fornire linee di intervento per una riforma strutturale in direzione di una burocrazia dinamica, che abbandoni le rigidità per darsi un metodo di adattamento a un mondo sempre più imprevedibile. Anche perché, è bene ricordarlo, negli Stati democratici le burocrazie non garantiscono i privilegi dei pochi, ma i diritti dei molti. Almeno in teoria.
