Le scadenze di giugno, agosto e dicembre 2026 segnano il termine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nato in sede europea con il programma Next Generation EU, come incentivo orientato di sviluppo dopo gli anni della pandemia.
Come si sa, l’Italia è il Paese che maggiormente ha beneficiato dei finanziamenti europei con 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 a prestito, integrati da 30,6 miliardi del Piano Nazionale Complementare (PNC) per un totale di 225 miliardi da investire in un quinquennio, dal 2021 al 2026.Con l’ottava rata di 12,8 miliardi di dicembre 2025 l’erogazione europea a favore dell’Italia ammonta a 153 miliardi, mentre non appare ancora chiaro quante risorse siano state effettivamente spese nei circa 300.000 progetti finanziati. A giugno 2025 il Ministero degli Affari Europei ha dichiarato che il 48% dei progetti si era concluso, oltre 25.000 erano in fase finale e 115.000 risultavano ancora in corso.Mentre i primi anni 2021 e 2022 sono stati impegnati nei Milestone (criteri qualitativi, normative, procedure e operatività), il 2026 sarà l’anno dei numeri, dei Target, degli indicatori quantitativi relativi a ogni progetto.Sinceramente, non so immaginare gli esiti. Finire nell’ultimo anno quasi la metà dei progetti mi sembra molto, ma le accelerazioni sono sempre possibili. Quello che mi preme sottolineare è che questa benedetta massa di risorse sembra avere coperto, per un periodo, le fragilità storiche del nostro Paese, ma non aver prodotto, o iniziato, una strutturale fase di sviluppo. Molti osservatori rilevano come l’impatto del PNRR sul PIL, dopo i primi anni di entusiasmo, si sia affievolito fino a un valore dello 0,7 nel 2025. Ma la dinamica più...