Dopo questo biennio, quale benefico insegnamento possiamo trasferire alle strutture organizzate di ogni ordine e grado?
La prima cosa che mi viene in mente è una lezione appresa in termini di speranza. Nell’attesa, abbiamo disegnato arcobaleni e recitato come un mantra “alla fine, andrà tutto bene”. È innegabile come l’incoraggiante citazione del celebre filosofo romano Marco Tullio Cicerone: “Dum spiro, spero" (Finché respiro, ho speranza), ci sia stata di grande aiuto. In fondo, ammettiamolo, sin dai primi giorni bui della pandemia abbiamo conservato dentro di noi (fortunatamente) la speranza che tutto, prima o poi, sarebbe tornato come prima. Questa esperienza, a guardar bene ci ha insegnato dell’altro. Io, ad esempio, ho imparato che:
- Siamo fragili. “Del domani non v’è certezza” ricordava il Sommo Poeta fiorentino. Certamente dovremmo soffermarci a riflettere sulla vulnerabilità e gracilità della nostra esistenza. Nel lavoro come nella vita, non c’è sicurezza. Non viene garantito nulla e l’unica costante è la precarietà. Lo è da sempre e lo sarà per sempre. Illusi di poter contare sulla conoscenza, e proprio divinizzandone i poteri, ci siamo scoperti fragili e vittime di una scienza sfuggita di mano.
- È inutile correre. “Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?” (E. Bennato). Non credo che si debba accelerare ancora, è rischioso, e ho l’impressione che stiamo “correndo in salita” (fa male). Se abituiamo il cliente a quelle risposte immediate, cosa accadrà quando non sarà più possibile garantire questa celerità? Ho imparato che mi serve del tempo per capire ed approfondire. Ho bisogno di una pausa per evitare di dare risposte avventate. Ricordate le confuse e contraddittorie previsioni di esimi virologi? Non voglio più dipendere dal cliente che detta la mia agenda e mi distrae dagli obiettivi, diventare suo schiavo perché non c’è niente di peggio che essere uno schiavo consapevole e convinto.
- Investire nelle relazioni. Non dobbiamo prima perdere qualcosa o qualcuno per capirne l’importanza. La perdita della libertà di circolazione, proprio come è successo quando siamo stati costretti al “letargo” è stata devastante e sono d’accordo con chi sostiene che bisognerebbe ritornare a investire nelle relazioni. Il cliente non vuole ascoltare le mie prediche, il mio tecnicismo. Esige soltanto silenzio, o meglio, il mio empatico ascolto.
- Il senso del dovere. Questa pandemia ci ha presentato il conto (salato) della sciatteria o superficialità. Se chi di dovere avesse predisposto i piani e le correlate procedure pandemiche (previste), avremmo affrontato sicuramente un periodo difficile, ma circoscritto ad un’epidemia e non ad una pandemia (la differenza è sostanziale). Vedere le scene di quegli autocarri militari trasportare vite spezzate mi provoca rabbia mista al dolore.
- Osare. Ho imparato che, a volte, bisogna uscire dalle gabbie di regole ingessate costruite da altri, avere il coraggio di metterle in discussione, esplorare l’ignoto, essere curiosi. Pensiamo a cosa sarebbe accaduto se la dottoressa Malara di Cologno, avesse rispettato pedissequamente il protocollo e non si fosse impensierita di fare un esame in più e valutare l’ipotesi cinese? A voi le risposte.
