Economia 29 Gennaio 2021

Fattore tempo Covid-19

Cosa ci possiamo aspettare dalla politica (e dalla burocrazia) di fronte a impegni come la campagna di vaccinazione o la gestione dei fondi Ue per il Recovery Plan e Next Generation.

Vorrei riprendere un’indagine condotta lo scorso autunno dall’Istat su un milione di imprese con almeno 3 addetti, che indagava il livello di resilienza rispetto alla crisi indotta dalla pandemia. Si tratta di uno studio che è passato in sordina, ma che ci aiuta a capire meglio il prossimo futuro, anche in ragione dei progetti previsti all’interno del Recovery Plan. L’Istat suddivide le imprese interpellate in 5 tipologie e dall’analisi delle rispettive dinamiche trae conclusioni non pessimistiche sulla loro capacità di resistenza; insomma, una sorte di bicchiere mezzo pieno.
La prima tipologia è quella delle imprese definite “statiche resilienti”, che formano (35,5%) il gruppo più numeroso. Sono imprese ben piantate che non hanno registrato condizioni di emergenza e non hanno nemmeno avuto bisogno di innovare: settori dell’alimentare, dell’edilizia e del farmaceutico.
Le imprese definite “statiche in crisi” rappresentano il 28,6% e sono quelle che sono state spiazzate dagli eventi, ma che, per una buona quota, si trovavano già in una condizione di debolezza prima del Covid-19: hotel, ristoranti, RSA, sale gioco, servizi alla persona.
La terza tipologia comprende le imprese “proattive in sofferenza”, il 10,7%, che sono state duramente colpite dal lockdown e che hanno attivato azioni di contrasto con nuovi prodotti, canali di vendita, nuove partnership: si tratta, in particolare, di agenzie di viaggio o di attività di ristorazione con asporto.
Le “proattive in espansione”, il 19,4%, sono imprese a produttività elevata e con elevato valore aggiunto, che hanno trovato nel periodo di chiusura nuovi clienti: appartengono ai settori farmaceutico, elettronica, logistico, chimica, assicurazioni, ICT.
Infine, sono individuate le imprese “proattive avanzate”, il 5,8%, che hanno una forte propensione all’export: ancora le farmaceutiche, settore bevande (soprattutto vino), editoria, assicurazioni e startup digitali.
Si tratta, dunque, di un quadro variegato, che indica per il prossimo futuro una nuova geografia dell’industria italiana, anche grazie agli indirizzi specifici con i quali l’Europa ha vincolato i contributi del New Generation UE: l’economia verde, la digitalizzazione, l’inclusione sociale con l’aggiunta di infrastrutture, istruzione, ricerca e salute. Credo, tuttavia, che ci sarà anche un altro attore che interverrà pesantemente a condizionare la nuova mappa della produzione e del lavoro: il tempo, ossia il tempo oggettivo che sarà necessario per la campagna di vaccinazione e per capire quando ci potremo liberare delle restrizioni personali per riavviare la macchina della normalità.
Parlo dei tempi della burocrazia, che incidono sulla capacità delle imprese di riavviare o rivedere o reimpostare le strategie, ma anche dei tempi lunghi della giustizia amministrativa e civile, che allontanano in modo deciso gli investimenti stranieri. Ultimi - ma non per importanza - i tempi della politica, lontanissimi sia da quelli dell’impresa sia da quelli della vita.
L’immagine non negativa dell’Istat e l’opportunità del Recovery Plan saranno mortificati se non arriveremo a far coincidere i tempi. E non c’è più molto tempo.