Qual è la vostra reazione?
- “Maledizione, che sfortuna! Ho perso un giorno di vacanza. Non ci voleva proprio”;
- “Che fortuna, meno male che se ne sono accorti! Pensa, se fossimo stati già in volo”.
Fermiamoci un attimo a pensare cosa accade quando siamo imbrigliati dal pessimismo e quali risvolti in ambito lavorativo potrebbero realizzarsi: tendiamo ad avere una visione negativa del futuro e una percezione altrettanto negativa delle persone. Ci aspettiamo il peggio da tutti e in tutto, predisponendoci ad assumere un comportamento discutibile. Osservando il mondo che ci circonda, scopriamo difetti, fini maldestri, vediamo egoismo e malvagità ovunque. Improvvisamente, riteniamo che la società di cui facciamo parte è composta da gente pericolosa, spietata, gretta e corrotta. Dubitiamo di tutti (anche di noi stessi), diventiamo tendenzialmente pigri, a volte anche avari, perché non è giusto essere generosi con la gente avida, scorretta e sfruttatrice. Davanti alle difficoltà quotidiane restiamo paralizzati e perdiamo ogni stimolo di reazione. Da persone pessimiste vediamo i colleghi come antagonisti e i nostri collaboratori demotivati (rischiando di diventare anche un po’ invidiosi e codardi).
Domanda: tutto questo, ci è di aiuto nel lavoro e nella nostra organizzazione? Assolutamente no! Anzi, genera uno stato di “fragilità”, quasi una profezia che si autoavvera, perché ciò che si decide o non si decide di fare, ha un effetto su quanto accadrà. Il pessimismo limita le nostre capacità, abilità, controllo sull’azione e sul pensiero. Cedendo sotto la scure di uno stato mentale deprimente, diventiamo rinunciatari, ci arrendiamo agli altri o, ancor peggio, al fato.
Riflettiamoci un attimo: i nostri pensieri non rappresentano solo quelli che attraversano la mente, ma sono reazioni agli eventi e ne cambiano il loro corso perché, ciò che siamo oggi, è il risultato dei giudizi e delle scelte fatte ieri.
Così, essere ottimisti può diventare la premessa e la conseguenza di un circolo virtuoso che vede in primis noi stessi e, poi, la nostra organizzazione pronta ad affrontare le avversità con un atteggiamento più costruttivo e creativo. Anche le sfide più ardue e fastidiose vengono affrontate con uno spirito combattivo perché, abbiamo la sensazione, di poter controllare gli eventi e fornire una risposta più adeguata. Quando l’ottimismo diventa il “comun denominatore” del gruppo, sviluppa energia, creatività, serenità e una spinta per arginare gli effetti frenanti dei pessimisti, depressi, passivi, masochisti e disfattisti.
L’ottimismo è un bene prezioso, un valore aggiunto che rende chi lo possiede forte, positivo, creativo e trascinante. Le sfide vengono vissute come opportunità e non come problemi o insidie; le medesime difficoltà si affrontano trasformandole in occasioni per esaltare le capacità e non come incidenti che svelano i propri limiti. L’ottimismo unisce gli uomini perché è contagioso, li guida verso una meta e li trascina aiutandoli a trasformare gli svantaggi in occasioni da cogliere. La cosa più importante da tener presente è che l’ottimismo è uno stato d’animo e non un’emozione. Lo stato d’animo, infatti, comporta un ragionamento che si costruisce mentalmente. Si sceglie perché è dettato dalla volontà.
In conclusione, l’ottimismo è un’energia interiore che influenza non solo il lavoro ma la visione della vita e i rapporti con gli altri; è anche, per citare il poeta Tonino Guerra (che con il suo entusiasmo riuscì a superare la drammatica esperienza della prigionia del campo di concentramento), “il profumo della vita”.
