C’è una frase famosa di Steve Jobs: “Dovete amare quello che fate”. Oggi, provate a dirlo a un commercialista e vi risponderà: “è più facile a dirsi che a farsi” e questo è solo uno di tanti modi di dire per esprimere “en passant” il senso di inadeguatezza che attanaglia la categoria. Se quel che dovremmo fare è amare il nostro lavoro, nel caso ciò non accada, di chi è la colpa? Non certo nostra. L’onda d’urto del Covid che si è infranta sul mondo delle libere professioni, costringendo migliaia di addetti ai lavori a piantare la bandiera bianca nella sabbia, rappresenta solo un'aggravante, la parte visibile dell’iceberg.
La statistica evidenzia che in un anno si sono persi 170.000 posti di lavoro indipendenti; negli ultimi 10 anni, sono cresciuti i dipendenti e sono diminuiti gli autonomi; il comparto libero professionale ha visto aumentare solo la componente non ordinistica (+23% iscritti nella Gestione Separata Inps tra il 2014 e 2019); il 48% degli iscritti alle Casse previdenziali ha un reddito inferiore ai 20.000 euro annui; si deduce che il problema (la parte sommersa) è ancora più grande. Molti indizi indicano che c’è un maestrale che spira contro, sospingendoci nella direzione sbagliata. Il sospetto che "prima lavorare era molto più facile e piacevole" sembra avere fondamenta reali.
Ci sentiamo come bersagli mobili, usurati da un corrosivo senso di precarietà e da un sistema lavorativo che toglie il fiato, facendoci annaspare tra e-mail a cui rispondere e cellulari da tenere sempre d’occhio, non sia mai che quel bip appena sentito ci annunci qualche Pec o emergenza dell’ultimo minuto. Ci portiamo dietro un’aria avvilita e non troviamo risposta ai colleghi che chiedono: “serve ancora essere iscritto all’Ordine?” Il nostro modus operandi tra “Scilla e Cariddi” vede, da una parte, un cliente meno fedele sempre più esigente; dall’altra, un’Amministrazione Finanziaria che spesso dubita di quanto possiamo minimizzare il carico tributario dell’assistito, orientandolo al bisogno dell’imprenditore. È dura assecondare il turbine delle aspettative della clientela e navigare controvento all’interno di un mercato concorrenziale ampliato da soggetti non abilitati, da professionisti “digitali” che offrono via web “commodity low cost” e da strutture intermedie come CAF e Patronati, rifocillati con denaro pubblico.
Poi ci sono gli spot pubblicitari del “Fisco amico” che decantano slogan irridenti: davvero è tutto facile e a portata di un clic? In fondo, dopo la "precomplicata" e l’arrivo dei registri, il professionista potrebbe rappresentare solo una voce di costo da ridurre o eliminare come un vecchio e inutile fax. Vero è che l’asticella dell’asimmetria informativa (ragione dell’esistenza della professione) si sta abbassando poiché è la P.A. a gestire dati e (alcuni) adempimenti. Il paradosso è che a fare il “lavoro sporco” siano proprio i professionisti, costretti spesso a navigare a vista, all’interno di un quadro normativo complesso e stringente sotto il profilo della responsabilità.
L’unico valore in ascesa è il volume dei crediti scaduti di molti studi, compromettendo l’equilibrio economico-finanziario. Non può sorprenderci allora se, fino a poco tempo fa, l’aggregato dell’esercito dei colletti bianchi rappresentava l’unico segmento in crescita all’interno del lavoro indipendente, mentre oggi si scioglie come neve al sole sotto i colpi del preciso disegno politico di un gioco a somma zero.
Se l’attuale ipertrofia legislativa “allontana” e non tutela il professionista, lasciandogli in dono un profondo senso di desolazione e di totale aridità; se il corpus normativo incentiva l’immobilismo e il nanismo intellettuale, cosa facciamo? Piantiamo una bandiera bianca nella sabbia? Se, guidati dal timore, intendete aspettare, inermi, che le gelide acque dell’oceano della competizione riescano ad assestare il mercato (o vi annientino), la lettura può terminare qui. Il resto non risulterà di vostro interesse. Se invece siete professionisti che vogliono salire sulle scialuppe di salvataggio, la navigazione continua domani.
