Chi ha figli giovanissimi, dai 7 anni in sù, sa di cosa si parla (o può chiedere al figlio); gli altri generalmente non conoscono affatto il mondo degli Youtuber, influencer capaci di attrarre i giovanissimi con straordinarie attitudini comunicative (moderni pifferai magici, secondo alcuni). Un recente intervento mediatico della Guardia di Finanza, la cui fondatezza sarà chiarita nelle sedi opportune, ha rivelato ai più adulti che alla base di questo fenomeno vi è un fiorente modello economico: un esimio giornalista ha ammesso di aver scambiato il nome di battaglia di un giovane milionario per un codice fiscale. Il modello è basato essenzialmente su introiti pubblicitari girati agli Youtuber da Google e da altre Over the Top, e da abbonamenti distribuiti tra i followers.
Non tutti i giovani Youtuber girano in Ferrari, distribuendo banconote dal finestrino (che ci piaccia o no, c'è anche chi lo fa), però alcuni di loro ottengono redditi anche decisamente consistenti. Ma come devono essere trattati questi introiti? Anzitutto Google non aiuta, perché la società estera dichiara di non essere interessata all'invio di fatture o simili amenità e non è tenuta a operare come sostituto d'imposta.
Sul web circolano consigli da prendere con le pinze. È opinione diffusa, che qui non condividiamo, che l'attività possa essere considerata occasionale fino a un preciso limite...