Sembrerebbe il titolo di un film ma non è così. Si tratta di un copione di vita reale che si ripete in tanti studi professionali. La mancanza di tempo e la paura di sbagliare ci portano a uno stile di comando e controllo inadeguati.
Il mio augurio è che il tuo “ozio estivo” sia stato produttivo e ti abbia instillato momenti di riflessione propizi per un cambiamento. Se ciò non è accaduto, pazienza. Proverò a darti qualche consiglio perché tu possa “ripensarti” e lo farò attingendo alla mia militanza professionale di coach. Di recente ho potuto identificare e osservare 2 stili di gestione del personale che, pur distanti tra loro, sono accumunati paradossalmente dallo stesso risultato: creare nell’organizzazione più problemi di quanti ne avrebbero dovuti risolvere. Probabilmente, con il suo sguardo eclettico, un grande regista come Mario Monicelli li avrebbe scritturati per una sceneggiatura. Nell’impossibilità di vederli all’opera sul grande schermo, descriverò il modus operandi, evidenziandone i limiti.
Il primo è il titolare di uno studio molto affermato. L’ho definito “il latitante”. È impersonato da un professionista che vive il lavoro condannato alla routine. Non si preoccupa della qualità della prestazione, l’importante è fornirla. È devoto al taylorismo estremo dove ognuno ha il proprio mansionario e deve limitarsi a svolgere l’attività storicamente designata per quella funzione. È circondato da collaboratori demotivati e frustrati che rispondono solo a sé stessi del proprio operato. Accettano di buon grado...