In due mesi è cambiato il mondo. La curva lineare del progresso si è bruscamente interrotta e toccherà alla scienza riallacciare i due capi troncati. Per ora c’è solo il tentativo di riannodarli alla meglio, ma nel prossimo nostro futuro (perché un futuro è ovvio che ci sarà) dovremo tentare una saldatura forte e resistente nel tempo. Certo è che il 2020 sarà ricordato come uno di quegli anni che segnano una cesura nella storia: si dirà prima e dopo il 2020. Ne sono sicuro, poiché le cose che accadono sono dirompenti.
Naturalmente vi saranno due modi di affrontare il superamento di questa fase: uno conservatore e uno rivoluzionario, con tanti grigi in mezzo. Da una parte la speranza di riprendere tutto esattamente da dove era prima, rimpiangendo anche gli aspetti più noiosi o anche negativi della nostra vita quotidiana. E il 2020 rappresenterà solo un incidente di percorso.
Vedo, invece, che questa fase di crisi sta producendo molte riflessioni, ancora improvvisate, sull’ipotesi di un nuovo modo di vivere, con l’idea di rimescolare i valori e fare tornare in cima quelli più radicali, la salute, la sicurezza, la relazionalità, la famiglia, la sincerità. I valori dell’ombra ritornano alla luce con un riassestamento della scala delle priorità. Ci riprenderemo, è sicuro. Non vorrei, però, che fosse esattamente come prima e credo che non lo sarà indipendentemente dalle nostre volontà. Questa crisi sta mettendo in mostra un sistema nudo, una costruzione a cui faceva comodo credere ma che aveva fondamenta fragili. Mostra l’assenza di leader globali, l’insufficienza dei poteri degli organismi sovranazionali, l’incapacità di coordinare le azioni, perfino dovendosi scontrare con rivendicazioni di piccole autonomie. E non so proprio se, superato il momento, il sistema potrà riprendere con lo stesso assetto. Il virus ha sconvolto il concetto di frontiera, ha superato l’idea dell’amico/nemico, delle armi convenzionali e di tutti gli investimenti per produrle. La nota positiva è che questo sistema è tecnologicamente efficiente e sarà in grado di produrre un vaccino, ma questa stessa azione lo cambierà riorientandolo.
Poi, tra le righe di una battaglia che sta vedendo molte vittime “civili”, si scorgono già dei segnali di cambiamento. Per esempio, l’idea del telelavoro o dello smart working, già presente da anni nei libri e nei corsi di management e organizzazione del lavoro. Presa sempre con un po’ di sufficienza, ha trovato spazio in alcune sperimentazioni, ma non ha mai veramente sfondato. Ebbene, credo che la nostra esperienza di professionisti con l’elmetto a supporto del fronte delle imprese e delle attività produttive debba generare molta più attenzione per forme dinamiche di organizzazione dell’attività, reinventando nuove forme e modi di interagire professionalmente all’interno e all’esterno degli studi.
Lo insegnavano nel servizio militare a “sparpagliarsi” nel caso di un attacco nemico, per non rappresentare un facile obiettivo. Credo che una delle cose che sopravviverà al virus sarà proprio la riflessione sui nuovi modi di organizzazione del lavoro e la riscoperta di molti sociologi ed economisti pionieri delle forme telematiche di lavoro e della flessibilità efficiente dello smart working, che alcuni casi virtuosi stanno dimostrando anche efficaci.
Questa esperienza, infine, dovrebbe insegnare, a chi ancora non ha aperto gli occhi, a non fidarsi troppo di chi non è trasparente, ossia di chi, informando tardivamente, alla fine, è responsabile della sciagurata congiuntura che stiamo vivendo.
