Forse sarebbe utile anche “orientare” meglio il Pnrr esistente alle esigenze dei nostri giovani. In Italia la disoccupazione giovanile sfiora il 30%, e “vantiamo” un triste primato: è il Paese in cui ci sono più Neet (Not in Employment, Education or Training) rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione Europea. Da quanto emerge dal Rapporto Bes (Rapporto sul Benessere equo e sostenibile), nel 2° trimestre 2020, l’incidenza dei Neet (giovani con un’età compresa tra i 15 ed i 29 anni, non inseriti in alcun percorso scolastico o formativo e non impegnati in un’attività lavorativa) cresce in media europea di +1,7 punti rispetto al trimestre precedente, incremento trainato da Paesi come Spagna (+4,2) ma anche Francia (+2,8) e che, tuttavia, nel nostro Paese è più modesto e leggermente al di sotto della media europea (+1,6) ma su livelli strutturalmente più elevati.
I fondi europei spesso tendono a privilegiare progetti che integrano enti e attori provenienti da diversi Paesi e Regioni e questa contaminazione di idee è ciò che può determinare la spinta al cambiamento, all’innovazione e alla competitività.
Oggi, naturalmente, i temi energetici la fanno da padroni nel dibattito sul presente e sul futuro dei fondi europei. La Commissione europea, al Raisina Dialogue, la conferenza indiana sui temi di geopolitica e geoeconomia, ha posto l’attenzione sul bisogno mondiale di realizzare investimenti massicci nel 21° secolo tutelando l’indipendenza dei Paesi. È il cosiddetto “Global Gateway”, ossia una strategia che punta su progetti sostenibili e di alta qualità: l’Europa vuole investimenti in infrastrutture globali sostenibili e punta a svolgere un ruolo da protagonista, con particolare riferimento al tema dell’approvvigionamento delle risorse.
Il futuro deve prevedere una produzione energetica sicura, pulita ed accessibile, in cui occorre certamente un tempo di transizione per i settori fortemente energivori, ma nel quale la spinta alle rinnovabili va data senza esitazioni.
Tornando al discorso generazionale, il nostro Paese ha bisogno delle migliori sinergie tra i profili più giovani e quelli senior, di avviare politiche partecipative, di ottimizzare le risorse e le competenze di cui disponiamo. In questa epoca di cambiamento occorre riportare al centro della scena la capacità dell’individuo di essere inserito all’interno di una società e di sentirsene parte.
Occorre saper coniugare specializzazione ed integrazione, due concetti opposti ma complementari. Occorre ragionare con un’unica voce mirando ad un made in Europe green e circolare. Come possiamo riuscirci? Con più investimenti, ma anche con la passione, partendo dalla necessità di consegnare un futuro a chi verrà dopo di noi.
