Chi segue il mercato dei titoli di Stato riporta, da qualche mese, la sensazione di trovarsi su una giostra. Parrebbe che i fortissimi movimenti siano causati da investitori esteri pronti a spostare i capitali dall'uno all'altro Paese a ogni battito di ciglia.
Recentemente è trapelata l'intenzione del Governo in carica di stabilizzare i mercati invogliando le famiglie ad aumentare la quota di titoli di Stato detenuta. Ancora una volta la leva che si immagina di utilizzare è quella fiscale.
Dobbiamo ricordare che i titoli governativi sono soggetti fondamentalmente a due imposte (oltre agli effetti, ormai anacronistici, del reddito figurativo sugli ISEE): un'imposta sul reddito del 12,50% sui rendimenti e un'imposta dello 0,20% sul patrimonio investito.
Questo ultimo balzello, innalzato nel 2014, potrebbe avere un effetto dissuasivo ben più alto di quello suggerito dal numero percentuale che esprime. Questo perché i rendimenti si sono talmente assottigliati, che molti dei titoli in circolazione offrono rendimenti addirittura inferiori. Dato che il risparmiatore razionale non è disposto a subire una tassazione superiore al rendimento, ecco che tutti rimangono a bocca asciutta, compreso l'Erario.
Anche per tale ragione, il titolo di Stato ha perso attrattività per il risparmiatore italiano. Questo deve aver pensato chi ha immaginato un sistema di incentivi volto a rivitalizzare il mercato domestico.
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