La Corte di Cassazione, Sezione III^ penale, con la sentenza 27.09.2021, n. 35469, ha affrontato il caso di costi ritenuti non documentati a seguito dell'eccessiva genericità della descrizione in fattura. Nel caso trattato, peraltro, si trattava di importi rilevanti, tanto da oltrepassare la soglia penale e da configurare, per il legale rappresentante, il reato di dichiarazione infedele ai sensi dell'art. 4, D. Lgs. 74/2000.
I giudici di legittimità, pur accogliendo alcune tesi del contribuente in relazione ad altre fattispecie contestate, ribadivano l'assoluta illiceità della “deduzione di costi risultanti da fatture assolutamente generiche e prive dei requisiti di legge”. La questione non è di poco conto e risulta piuttosto frequente negli accertamenti tributari.
Il contenuto minimo della fattura viene sancito dall'art. 21, c. 2, D.P.R. 633/1972 il quale, in ordine alla descrizione, fa riferimento alla natura, quantità e qualità dei beni e dei servizi oggetto dell'operazione. Se è vero che, in caso di cessione di beni, è facile comprendere come sia essenziale e ovvia la necessità di un'estrema analiticità della descrizione, ci si chiede fino a che punto tale analiticità debba spingersi nel caso di prestazione di servizi. È proprio sulle prestazioni di servizi, infatti, che ruotano le maggiori contestazioni da parte degli organi verificatori.
La fattura...