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IMPOSTE E TASSE 28/04/2021

La pandemia e i bilanci delle imprese (“Io speriamo che me la cavo”)

“Io speriamo che me la cavo”: è il titolo di un libro di Marcello D'Orta e anche la frase finale del tema che parla della fine del mondo, ma che sorride alla speranza, scritto da Raffaele, un bambino che frequenta la terza elementare.

Difficile trovare una sintesi più pertinente per descrivere l'apocalisse che, da oltre un anno, ha travolto milioni di lavoratori e centinaia di migliaia di imprese. Sulle eventuali soluzioni si è detto tutto e il contrario di tutto. In ogni caso, fin troppo. Eppure, i parametri di riferimento per analizzare gli effetti e trovare i rimedi sono noti: non occorrono particolari analisi ma, più pragmaticamente, serve conoscere gli equilibri sui quali si regge un'impresa. Gli equilibri sono di 3 tipi: economico, patrimoniale e finanziario. Il primo è stato profondamente minato per l'effetto di un crollo verticale, salvo rare e fortunate eccezioni, dei ricavi. I contributi finora erogati, per effetto sia dei vari decreti Ristori sia del decreto Sostegni rappresentano una frazione di fatto irrilevante rispetto alla contrazione del fatturato. Se, da un lato, sono correlativamente diminuiti i costi, fissi e variabili, il saldo netto del conto economico è drammaticamente in rosso. Il secondo equilibrio pericolosamente compromesso riguarda la depauperazione del patrimonio netto, per effetto dell'emersione delle perdite del 2020 (spesso precedute da quelli dei periodi precedenti); perdite che, seppure temporaneamente sterilizzate, ai fini civilistici, dalle misure emergenziali dall'art. 6 D.L. 23/2020 (successivamente modificato dall'art. 1, c. 266 L. 178/2020), hanno inciso enormemente sulla liquidità e, di riflesso, sull'equilibrio finanziario.

La diagnosi, impietosa, evidenzia una malattia gravissima, difficile da curare se non utilizzando strumenti specifici e in modo congiunto, così da agire, contestualmente, sul triplice equilibrio appena descritto. In questa sede saranno prima evidenziate le misure in parte già messe in campo o in itinere e, secondariamente, suggeriti possibili e ulteriori interventi. L'equilibrio economico può essere parzialmente rivitalizzato utilizzando gli strumenti attualmente previsti: contributi a fondo perduto (fiscalmente detassati), specifici crediti d'imposta, sospensione facoltativa degli ammortamenti. Sul versante patrimoniale, positivi e significativi effetti possono provenire soprattutto dalla rivalutazione dei beni d'impresa, che può avvenire gratuitamente ove si opti per la soluzione esclusivamente civilistica e non anche fiscale. A tale operazione possono aggiungersi il credito d'imposta a favore degli investitori che hanno sottoscritto gli aumenti di capitale nelle medie imprese, in presenza dei presupposti normativi e, seppure esclusivamente per fini formali, la salvaguardia già brevemente commentata, ossia il congelamento” delle perdite fino al 31.12.2025. Infine, per risollevare l'equilibrio finanziario, pur trattandosi di misure “tampone” e non di interventi strutturali, si può ricorrere alla moratoria sui finanziamenti e sui leasing, all'utilizzo degli strumenti previsti dall'accordo ABI relativamente alla rimodulazione del debito, nonché ai finanziamenti garantiti dal Decreto Liquidità. In tale panorama opera anche, ove applicabile, la deroga alle norme civilistiche in tema di continuità aziendale, anch'essa, peraltro, con effetto temporaneo, salvo la reiterazione della proroga.

Servirebbero, tuttavia, anche interventi di ben altro respiro: su tutti, ma di fatto impraticabile, una moratoria fiscale di almeno un anno, alla quale affiancare un taglio draconiano di una tassazione oggettivamente non più sostenibile, temperando la medesima con un altrettanto indifferibile processo di semplificazione e di sburocratizzazione degli adempimenti, volano ideale per il recupero della produttività e della marginalità delle imprese, nonché per entrate fiscali fondate sui maggiori volumi e non sulla pesantezza delle aliquote. Al contempo, non è più procrastinabile il rinvio di un'armonizzazione delle regole fiscali in ambito europeo che, contestualmente, funga da deterrente verso chi delocalizza alla ricerca di “trattamenti” di favore e, al contempo, attragga gli investitori esteri. Inoltre, aspetto non trascurabile, tale ultimo processo potrebbe porre un serio ostacolo alla colonizzazione economica operata da chi dell'irregolarità, in senso lato, fa chiaro e distorsivo uso per alterare una corretta concorrenza e approfitta delle debolezze strutturali dei Paesi come l'Italia.
Per questo il titolo dell'articolo appare appropriato: l'Italia può sospirare, in effetti, “Io speriamo che me la cavo”.