Parliamo di Next Generation EU, ossia del programma da 750 miliardi per il rilancio dell’economia Ue travolta dal coronavirus, raccogliendo la somma sui mercati con emissione di titoli di debito comune, garantiti in solido da tutti i Paesi Ue. All’Italia spetterebbero 209 miliardi, il 27,8% dell’importo. La prima erogazione è attesa entro il 30.07.2021 per una quota pari al 13% del totale, che verrà suddiviso tra gli Stati membri in base ai propri piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr); anche l’Italia ha appena approvato il proprio (qui il link, 269 pagg.).
Leggendo appunto le 269 pagine del Pnrr, l’impressione è di una manovra che ricalca molto da vicino le attuali politiche di bilancio, destinando il grosso a una spesa che potremmo definire “corrente” e le briciole agli investimenti, seguendo una logica spartitoria tra Ministeri. Gli enti territoriali avranno il ruolo di soggetti attuatori di investimenti per quasi 90 miliardi, il 39,5% delle risorse mobilitate, il che pone una seria ipoteca sui tempi di realizzo, se consideriamo che i fondi Ue verranno erogati a rendiconto e per stati di avanzamento. Riusciranno i nostri (eroi) enti territoriali? E quanto ci costerà in termini di inefficienza? Uno studio in materia afferma che la spesa per burocrazia interna dei soli Comuni (servizi generali, amministrazione e gestione) nel 2019 ha sfiorato i 20 miliardi.
Un esempio - Il piano per l’istruzione tratteggiato dal Pnrr sfiora i 20 miliardi e spazia dalle scuole materne ai dottorati post-universitari: 3,9 miliardi vanno alla messa in sicurezza e riqualificazione del patrimonio edilizio, altri 4,5 miliardi al “Piano per asili nido e scuole materne e servizi di educazione e cura per la prima infanzia”, le 2 voci più importanti, seguite da “cablaggio, nuove aule didattiche e laboratori” (2,1 miliardi). Verrebbero creati 228.000 nuovi posti per bambini. Servirebbero quindi 30.000 insegnanti, ma di come affrontare questo aumento delle spese correnti il piano non parla.
Nel Pnrr è messa nero su bianco la riforma dell’Irpef entro il 31.07, nell’ambito di un’ipotetica riforma fiscale che viene tratteggiata in 10 righe a pag. 78. Per capire dove andremo a parare occorre un rimando alla bozza del Def: l’ipotesi più gettonata è con 3 aliquote in luogo delle attuali 5, per un costo stimato della manovra pari a 20 miliardi. Ancora meno spazio trova la riforma degli ammortizzatori sociali, che Bruxelles chiede a gran voce. In compenso troviamo molti dettagli sui 6 miliardi destinati all’assegno unico universale 2021-22.
Alla fine della fiera, passata la pandemia il nostro debito pubblico dovrebbe attestarsi intorno al 160% del Pil (fonte Osservatorio Università Cattolica di Milano), una quota paurosa e mai vista nella storia unitaria; il debito arrivò al 159% nel 1920, alla fine della Prima guerra mondiale, però l’Italia, potenza vincitrice, poté godere delle riparazioni pagate da Austria e Germania. Ciononostante, sprofondò nel biennio rosso e poi nel fascismo. Comunque, il debito rimase tra l’80 e il 100% del Pil fino al Secondo conflitto mondiale, quando risalì verso il 120%; dopo il 1943 i tedeschi stampavano denari a capocchia nella zecca di Verona: il problema fu risolto dall’inflazione bellica che nel 1946 ridusse la lira a 1/30 circa del suo valore. Molto fece Luigi Einaudi (stretta monetaria, rientro del debito al 25% del Pil alla fine del 1947) e anche gli americani ci misero del loro, ma il grosso rimase sulle spalle dei (piccoli) risparmiatori.
