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IMPOSTE E TASSE 12/09/2019

Legittimo accertamento per somme superiori rispetto al pvc

L'accertamento è legittimo anche nel caso in cui vi è una ripresa a tassazione contenuta nell'avviso di accertamento per importi superiori a quelli emergenti dal prodromico processo verbale di constatazione, atteso che non da quest'ultimo dipende necessariamente l'atto impositivo nè tanto meno il suo contenuto. È questo il principio sancito dalla Corte di Cassazione, con ordinanza 18.05.2019, n. 13490.
La vicenda trae origine dalla notifica a una società di 2 avvisi di accertamento, relativi alle imposte dirette e all'Iva, emessi dopo indagini finanziarie di cui all'art. 32 D.P.R. 600/1973 a una società e ai suoi soci. Tali atti impositivi venivano impugnati, ma i ricorsi venivano rigettati dai competenti giudici provinciali e la decisione veniva altresì confermata in sede d'appello. In particolare, i giudici di entrambi i gravami ritenevano che i contribuenti non avessero offerto prove idonee a superare le presunzioni relative derivanti dagli accertamenti bancari svolti dall'Amministrazione Finanziaria. La contribuente proponeva ricorso per Cassazione dove contestava l'erronea conferma proveniente dal giudice di appello circa la legittimità dell'avviso di accertamento emesso per importi superiori a quelli accertati a seguito della notifica del pvc, con la conseguente violazione dell'obbligo di contraddittorio preventivo, per non aver consentito alla contribuente di giustificare le movimentazioni contestate.
I Supremi giudici, ritenendo infondate le censure della ricorrente, in via preliminare hanno chiarito le questioni dell'onere della prova e del contraddittorio endoprocedimentale scaturenti dalle indagini finanziarie. Per la giurisprudenza, gli accertamenti bancari fanno sorgere la presunzione relativa di riconducibilità a operazioni imponibili dei dati raccolti in sede di accesso ai conti correnti e la legittimità del loro utilizzo non è subordinata all'instaurazione di un contraddittorio preventivo con il contribuente, atteso il suo mero ruolo facoltativo (Cass., sentenza n. 10249/2017). I Supremi giudici rilevano nel caso in esame la corretta applicazione del canone dell'onere della prova rinveniente dall'art. 32 D.P.R. 600/1973 da parte dei giudici del gravame e quindi la doglianza è stata rigettata.
Invece, per la singolare questione dell'accertamento per importi superiori a quelli dedotti nel processo verbale di constatazione, i giudici di legittimità hanno premesso che non esiste nell'ordinamento nazionale un obbligo generalizzato di contraddittorio preventivo, specie nei casi di controlli a tavolino, come nel caso specifico. Inoltre, l'avviso di accertamento è un atto del tutto svincolato dal prodromico pvc, in quanto solo con tale atto impositivo viene esternata la pretesa fiscale accertata e constatata dall'Amministrazione Finanziaria e solo al rispetto del suo contenuto è tenuto il giudice tributario. Pertanto, non necessariamente devono coincidere gli importi dedotti nel pvc con quelli dell'avviso di accertamento, né il pvc può circoscrivere i poteri del giudice, atteso che il giudizio attiene all'atto impugnato. Da ciò deriva la legittimità dell'avviso di accertamento emesso dall'Amministrazione Finanziaria per un importo in misura maggiore rispetto a quanto constatato nel processo verbale di constatazione. Pertanto, sulla base di tali ragioni, il ricorso dei contribuenti è stato rigettato con la condanna alla rifusione delle spese processuali e al versamento di un'ulteriore somma a titolo di contributo unificato, ex art. 13, c. 1-bis D.P.R. 115/2002.