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Gestione d'impresa 13 Agosto 2021

Modifiche all'equo compenso: stato dell'arte e criticità

Da qualche tempo ormai formano oggetto di discussione alcune proposte di legge sottoposte all'esame della Commissione Bilancio della Camera per prevedere un significativo ampliamento dell'ambito applicativo della materia.

È noto che la normativa attualmente vigente non è in grado di garantire una reale e concreta tutela dell'equità del compenso professionale.
La disciplina attualmente in vigore si applica esclusivamente ai rapporti tra professionista e cliente forte, basati su convenzioni unilateralmente disposte da quest'ultimo, ossia con imprese bancarie o assicurative, con la Pubblica Amministrazione e con imprese diverse dalle micro, piccole e medie.
La proposta dei commercialisti è stata quella di estendere la disciplina a un qualsiasi accordo con un diverso committente, eliminando dunque qualsiasi riferimento alla natura o alla dimensione di quest'ultimo e auspicando che l'equo compenso possa tradursi in un compenso minimo obbligatorio.

L'attuale formulazione del testo a cui si sta lavorando dà agli Ordini professionali il compito di aggiornare i parametri di riferimento delle relative prestazioni e, al tempo stesso, di stipulare modelli standard di convenzioni che le imprese possono adottare anche in deroga ai parametri stessi.
La norma che amplia l'applicazione dell'equo compenso per i professionisti è stata tuttavia fermata a fine luglio dal parere negativo della Commissione. Il motivo risiede nelle ricadute sulla finanza pubblica che l'estensione delle attuali regole potrebbe avere. La Commissione chiede di non estendere la disciplina alle convenzioni stipulate con società veicolo di cartolarizzazione, di escludere gli agenti della riscossione (il costo stimato della loro inclusione è di 150 milioni) e di evitare un'applicazione retroattiva ai contratti già in essere.

I commercialisti hanno proposto di predisporre distinti provvedimenti che individuino i parametri specifici in relazione alla singola professione.
Ciò discende dal mancato coinvolgimento dei vari Ordini professionali nel processo di elaborazione dei parametri. Sarebbe opportuna l'adozione di singoli decreti ministeriali, emanati dal Ministero su proposta del singolo Ordine professionale e dovrebbero essere sottoposti ad aggiornamento periodico quantomeno biennale. Attualmente, infatti, ciò è espressamente previsto solo per gli avvocati.
Tuttavia, per il Coordinamento delle libere associazioni professionali, l'attuale testo sembra invece strutturato fin troppo in favore dei professionisti ordinistici, con un riferimento nemmeno troppo velato a un ritorno delle tariffe professionali.

Si sono detti “sconcertati” anche i sindacati dei commercialisti Adc, Aidc e Unione giovani, perché attualmente si demanda la valorizzazione delle prestazioni professionali a una “imprecisata contrattazione tra imprese e Ordini professionali, equiparati a qualsiasi associazione di professionisti non iscritti ad albi o Ordini”. Una soluzione che per i sindacati fa venir meno la funzione peculiare e primaria degli Ordini quali Enti a tutela della pubblica fede, trasformandoli in organismi sindacali.
L'Ordine dei commercialisti ha suggerito comunque di predisporre un accordo scritto che preveda un compenso preconcordato, proprio per blindare la prestazione da ogni indesiderata decurtazione.

Sarebbe inoltre necessario prevedere un indefettibile obbligo di legge per garantire e dare forza al contraente debole ed evitare così che si radichi una concorrenza al ribasso basata sulle tariffe praticate anziché sulla competenza del professionista.
Tale situazione infatti investe seriamente un problema di tutela della fede pubblica e si pone dunque anche a garanzia dell'intera collettività.
L'eccessiva frammentazione degli operatori a cui vengono attribuite e, conseguentemente affidate dai cittadini, determinate competenze, non consente più di poter riconoscere a tali attribuzioni uno stardard minimo generale e condiviso.
Venendo poi ai nostri tempi, in cui può dirsi ormai tramontato il mito del “posto fisso” soprattutto per gli under 40, si pone anche un ulteriore problema di carattere sociale e politico, ossia assicurare la dignità del lavoratore, a prescindere dalla forma di occupazione.