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Gestione d'impresa 09 Aprile 2020

Moratoria prestiti per coronavirus: quali riflessi sul rating

La questione da dirimere è se l'accesso alle misure di emergenza possa influire sul profilo di rischio e sul livello di solvibilità attribuito delle imprese.

Una delle misure approntate dal Governo per fronteggiare la carenza di liquidità delle imprese causata dal coronavirus è rappresentata dalla moratoria sui prestiti, ossia dalla possibilità di richiedere la sospensione del pagamento delle rate dei mutui, dei canoni di leasing e del rientro degli affidamenti. Ovviamente per coloro che ormai sono totalmente deficitari di risorse liquide, o presumono di esserlo in tempi rapidissimi, la strada della moratoria è un percorso obbligato, quindi non vale neanche la pena di spendere tempo in valutazioni di convenienza.
Per chi invece è a metà del guado può sorgere l'interrogativo se sia opportuno richiedere una sospensione del rimborso dei prestiti in attesa di tempi migliori o se invece valga la pena di continuare a essere puntuali nell'adempiere, per il timore di vedersi peggiorare il rating e avere di conseguenza problemi futuri nell'accedere al credito bancario.
Moratoria o non moratoria? Il dilemma deriva dalle regole che le banche devono seguire in materia di valutazione dei crediti: esiste infatti l'obbligo di operare una retrocessione dei crediti verso la clientela dallo stage 1 (posizioni in bonis) allo stage 2, quando la banca ha un minimo sentore o prevede che possa esserci in futuro un peggioramento dello standing creditizio del cliente rispetto al momento in cui è avvenuta la concessione del prestito. L'imprenditore, quindi, prima di fare richiesta di moratoria, può e deve chiedersi se l'accesso a questa misura si rifletta in un peggioramento della propria posizione verso la banca di riferimento e il sistema creditizio nel suo complesso. La questione è dirimente soprattutto per quelle imprese che in un passato recente abbiano già beneficiato di una moratoria: infatti, la richiesta di una sospensione successiva potrebbe addirittura far pensare che la banca sia costretta a classificare i crediti vantati verso di essa in classe 3, tra quelli deteriorati appunto.
In merito alle precedenti questioni sono intervenuti pochi giorni fa tre enti regolatori, quali la Banca d'Italia, l'ESMA (European Securities and Markets Authority) e l'EBA (European Market Authority). In particolare, l'ESMA è intervenuta sul principio contabile IFRS9, che guida le banche nella valutazione dei crediti verso la clientela, ed ha affermato che le moratorie pubbliche non rappresentano in automatico un evento che determina un aumento rilevante del rischio di credito; di conseguenza non è scontato che le imprese debbano subire sic et simpliciter un declassamento delle proprie posizioni verso le banche in stage 2. Come dire: mal comune, mezzo gaudio.
Sia l'EBA che l'ESMA sottolineano che le banche, ai fini del declassamento o meno dei crediti, dovranno guardare non all'immediato, al breve termine, ma alla capacità dell'impresa di mantenere nel lungo termine lo standing creditizio di cui godeva prima di essere "infettata". La Banca d'Italia poi, con comunicazione 25.03.2020, ha stabilito che, per il periodo di efficacia della sospensione delle rate, dovrà essere interrotto il computo dei giorni di persistenza di eventuali inadempimenti già in essere. L'orientamento è quello di impedire che le banche possano classificare a default le posizioni scadute per effetto della moratoria, pregiudicando l'erogazione di nuova finanza alle imprese. Le direttive sembrano promettere bene; spetterà poi però alle singole banche adeguare i propri regolamenti interni per tener conto delle linee guida delineate.