Economia 27 Dicembre 2022

Mutazioni

Si aspetta che passi l’inverno. Ricordando le parole di Socrate: "Di quello che non ho, non mi manca nulla".

Si aspetta che passi l’inverno per molte ragioni. La prima riguarda il popolo ucraino e la sua sopravvivenza, in attesa dell’offensiva di primavera. Almeno a detta degli strateghi. Altre ragioni riguardano una serie di indicatori economici che, accavallandosi caoticamente, non permettono di confidare che il 2023 non ci riservi altri eventi infausti. Pandemie e guerre bastano e avanzano.
Abbiamo scongiurato il grande rialzo dei prezzi dell’energia, contenuto da un tempo mite, ma che rimane sullo sfondo come grande incognita? Si è contenuta l’inflazione, ancora a fine anno oltre l’11% dopo la corsa di settembre, la frenata di ottobre e la ripresa di novembre? E, nella versione macro, siamo a posto con i conti pubblici, con l’enorme debito e con il PNRR?

Alla fine del 2022 si registravano anche alcuni dati positivi: l’aumento dell’occupazione, qualche soddisfazione dal PIL. Considero un’ardua sfida cercare di decifrare un andamento come pura speranza che, come si sa, è un confidare nel futuro senza avere solide basi informative. Non mi azzarderei in previsioni, visti i contesti politici internazionali e i dati che quotidianamente provengono dai mercati, dall’Europa, da oltre Atlantico, dai Paesi del Golfo o dall’Oriente, dalle agenzie di rating o dalle statistiche ufficiali. Non c’è una direzione, si naviga a vista. Una certezza però l’ho trovata e si nasconde, ma non troppo, nelle banche e negli istituti finanziari e assicurativi in generale. Gli italiani posseggono oltre 5.000 miliardi di euro in contanti, titoli o prodotti assicurativi, con una grande predilezione per il contante depositato in banca e pronto all’uso, mentre l’immobiliare privato è stimato per un valore di 10.000 miliardi. Il debito pubblico dello Stato va verso i 2.800 miliardi.
La propensione al risparmio è del 9,3%, in calo di 4 punti, ma sempre superiore al periodo pre-Covid e largamente superiore a ogni altro Paese europeo.
A fronte di questa pur ridotta virtù italiana, l’inflazione e l’incertezza nel futuro sembrano determinare una rimodulazione dei comportamenti di consumo. Gli esperti hanno già individuato i settori che registreranno diminuzioni e quelli in crescita. Mi sembra di capire che ci si orienterà verso consumi indirizzati alla vita familiare, al benessere fisico, alla salute senza rinunciare a turismo e tempo libero, sacrificando qualcosa sugli strumenti di mobilità o sull’abbigliamento.
Ecco, qualche informazione di indirizzo la si può forse estrapolare dalla psicologia del consumo dopo questi periodi di preoccupazione e, in certi casi, di affanno. Le famiglie dovranno esercitarsi a spostare somme da un capitolo all’altro dei loro bilanci, rivedendo abitudini e stili di vita, affrontando decisioni solo in parte motivate da scelte personali e altre volte indotte da necessità o da efficaci pubblicità.

Azzardiamo, allora, la previsione di un grande (o piccolo) rimescolamento nei consumi che costringerà le famiglie, e ognuno di noi, a chiedersi a cosa si può rinunciare, quali sono le cose importanti e quali no, quali sono le priorità. Ricordo spesso un detto di Socrate che, passeggiando per le vie di Atene e guardando le botteghe artigiane, diceva: “Di quello che non ho, non mi manca niente”.
Senza arrivare alla radicalità del filosofo, mi atterrei alla sostituzione di cose con buone relazioni. Che spesso (non sempre, però) costano poco.