Quanto sia difficile tenere insieme aspirazioni allo sviluppo, lavoro e attenzione ecologica è stato confermato dai recenti lavori della COP26. A fronte della visibile (e negativa) dinamica ecologica, la necessità di una transizione si fa strada a fatica. Da strada maestra come dovrebbe essere, si fa sentiero impervio.
Sono i 3 termini di ambiente, lavoro e sviluppo che trovano una difficile conciliazione, almeno se utilizziamo le armi ormai spuntate delle vecchie teorie, le obsolete definizioni di sviluppo e di lavoro, se escludiamo la considerazione della dinamica ambientale di cui ci manca una comprensione piena.
Della Conferenza di Glasgow mi sono rimaste impresse solo le belle immagini di giovani consapevoli, le cui giuste proposte per il futuro si confondono però (ancora) con l’ardore e la passione senza una concreta e plausibile alternativa.
Riconoscere la difficoltà di un’integrazione fra tre valori i quali, bene o male, conformano le nostre vite e condizionano i nostri progetti, è un primo passo, ma certo insufficiente se non si inizia ad elaborare un’azione concreta.
In questo senso non mancano i tentativi e le proposte, alcune ancora vaghe e filosofiche, altre che si rivolgono a piccoli, significativi, ma ancora poco diffusi comportamenti.
Mi ha invece positivamente interessato un filone di riflessione che parte dall’interno del mondo cattolico, al suo più alto livello, con l’enciclica di Francesco “Laudato sì”, per approdare poi nelle discussioni che hanno accompagnato i numerosi sinodi diocesani, fino alla Settimana Sociale dei Cattolici che si è tenuta a Taranto nello scorso ottobre e che riportava il titolo “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso”. È un titolo che già mostra una necessità: quella di ragionare non per parti, ma considerando i termini nelle loro relazioni. Una necessità che nella faticosa esperienza delle acciaierie di Taranto si è mostrata in tutta evidenza. Il partire dal basso, dalle buone pratiche, ancorché utile, non mi è sembrato mai completamente risolutivo in mancanza di un impegno di carattere istituzionale. Che fare, però, di fronte alle lentezze e ai compromessi molto spesso al ribasso dei decisori?
Sulla scia illuminata della “Laudato sì” il mondo cattolico sembra avviato a una riflessione che si fa azione concreta, poiché la transizione ecologica, la dignità del lavoro, un concetto diverso di sviluppo sono entrati nella teologia e nella pastorale delle diocesi e delle parrocchie a inventare nuove pratiche: come dice Francesco, “ad organizzare la speranza”.
È un’indicazione che fa tremare i polsi, ma mi sembra del tutto positivo iniziare a trasformare la teoria in azione concreta che, come è stato detto a Taranto, si evidenzia già in parrocchie carbon free, in iniziative formative, in diocesi e ordini religiosi che fanno scelte green nei loro investimenti, che acquisiscono un vocabolario nuovo di gestione. È un movimento generale che non appartiene solo al mondo cattolico, ma che interessa ormai molta cittadinanza attiva e molte imprese. Il vantaggio, in questo caso, è la mobilitazione di un’intera comunità che nel passato, ad esempio, ha saputo rivolgersi al mondo economico con sapienti iniziative di mutuo soccorso attraverso il credito cooperativo. Ho avuto la fortunata occasione di ascoltare Padre Gael Giraud in un suo intervento, giovane gesuita, dottore in matematica applicata all’economia e docente in varie università francesi. Parla di economia 2.0 e di transizione ecologica sulla scia dei passi biblici. Forse qualcosa sta cambiando davvero.
Una nota a margine: non è né semplice né indolore né, soprattutto, immediata la transizione ecologica: il “Bla bla bla” della politica non è poi così dissimile dal “Bla bla bla” di chi pensa che sia possibile risolvere decenni di malgoverno di politiche ambientali con uno schiocco di dita e senza pesanti ripercussioni per larga parte dei settori economici. Servirebbe Mago Merlino. Che non esiste, purtroppo.
Buon Natale e che sia un sereno 2022.
