Aumentano i casi di amministrazioni pubbliche che impongono il pagamento non in contanti, in ambito fiscale si introducono norme sull'indeducibilità di spese pagate per contante. Ma è legittimo?
Ormai siamo abituati, anzi rassegnati a subire le più disparate norme e provvedimenti che riguardano ogni settore, da tempo ormai ci siamo abituati a subire la limitazione ai pagamenti in contanti, con un limite oggi fissato a 1.999,99 euro e che dal 1.01.2022 sarà ridotto a 999,99 euro, tanto per constatare anche che il legislatore non è avvezzo a “fare cifra tonda”.
Mi ritrovo quindi oggi a non poter saldare il conto di un fornitore di 2.000 euro in contanti (magari gli chiedo lo sconto di 1 centesimo?) mentre posso tranquillamente passare la frontiera con 9.999,99 euro in tasca e andare a spenderli all'estero.
Tutto ciò ci viene “somministrato” in nome della lotta al riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, in parte per la lotta all'evasione fiscale, ricorrendo quindi a strumenti “tracciabili”, con istituzione di lotteria degli scontrini, cashback, ecc., dopodiché se ho una partita Iva mi ritrovo a dover effettuare i versamenti F24 in via telematica, addebitandoli quindi su un conto corrente.
Ciò ha poco senso se si tiene conto che il “valido” sistema di pagamento è dettato dall'art. 1277 C.C., nel quale si ha modo di leggere che “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale”: il Codice Civile non impone di avere un conto corrente, un bancomat, una carta di...