La parola che maggiormente ricorre nell’ultimo Rapporto Censis, riguardante l’anno trascorso, è razionalità. Hanno fatto molta impressione e attirato l’attenzione dei media i dati che riguardano il rigurgito di irrazionalità riscontrato a proposito dei vaccini e della pandemia: il 31,4% degli italiani sembra essere convinto che il vaccino sia ancora in fase sperimentale, il 5,9% sostiene che il Covid-19 non esista, il 12,7% è convinto che la scienza provochi più danni che benefici.
A caccia di dati sensazionali, ci si è spinti a rilevare che il 10% degli italiani è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna e il 5,8% è sicuro che la Terra sia piatta. Da qui il Censis, che ogni anno ha bisogno di parole forti per attrarre attenzione sulle sue per lo più inascoltate rilevazioni, parte per riaffermare l’estrema necessità di riannodare le fila, usando tutta la razionalità di cui siamo capaci. Rilievo per lo più rivolto al popolo dei decisori che, più di altri, sembrano appartenere alla schiera di coloro che (forse) leggono e valutano i contenuti del rapporto in modo sempre comunque alquanto frettoloso.
Razionalità, si sa, è una parola che si compone di sfaccettature. È comunemente intesa come capacità di tenere sotto controllo tutte le variabili che popolano la complessità del sociale. É intesa come strumento potente della scienza e della tecnologia, idoneo a delineare ingegneristicamente un orizzonte, una linea di sviluppo.
Da molti anni non è più così. Nella condizione di post-modernità, nella società liquida, ci si accontenta spesso di una razionalità limitata, rivolta al breve periodo, al limite del buon senso. Anche questo livello minimo, a leggere le pagine del rapporto, sembra essere sfuggito di mano.
I dati più eclatanti e ripresi dai giornali hanno offuscato altre piccole e grandi irrazionalità che si sono annidate nelle pieghe di tendenze storiche e che si sono manifestate in questi ultimi 2 anni di pandemia. Cito solo alcuni tra i tanti dati disponibili, solo per dare il senso del mosaico di tessere che ha bisogno di un intervento minimamente razionale per essere ricomposto.
Da inizio pandemia il costo delle materie prime è aumentato del 66%: più della metà delle imprese si è trovato in difficoltà nel loro reperimento e 1/3 è stato costretto a cercare nuovi fornitori.
È aumentato vertiginosamente il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro: circa 1/3 delle aziende dichiara difficoltà a reperire le competenze professionali richieste. Competenze digitali sono richieste dalle aziende 7 volte su 10, ma si trovano solo nel 30% dei casi. La percentuale dei laureati che lascia l’Italia è cresciuta del 41,8% dal 2013.
L’Italia è l’unico Paese in Europa in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono diminuite (- 2,9%). L’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa (6,8 nati ogni 1000 abitanti, contro una media di 9,1). I nuovi nati sono diminuiti del 16,8% rispetto a 5 anni fa: per chi lavoriamo?
Queste sono solo alcune delle tessere da ricombinare di uno sterminato puzzle.
L’incapacità di dominare un’incertezza che si manifesta oltre la soglia di tolleranza, avvicina il Paese a uno stato di impotenza, segnalata dalla considerazione che lo sviluppo avviene per progetti e non grazie a risorse strutturali che un sistema capace di immaginarlo e guidarlo dovrebbe avere. Il che significa che non c’è una situazione adeguata a governare lo sviluppo, ma solo ambiti limitati di intervento.
Mi ritrovo con la stessa preoccupazione che pervade le pagine del rapporto e che sono ben riassunte nella sintesi “biblica” proposta: in un cantiere senza progetto, “invano si affannano i costruttori”.
