Parola fine all'imposta di registro sulle sequenze negoziali
La vicenda dell’imposta di registro sulle sequenze negoziale è arrivata fino alla Corte costituzionale, portata lì dai magistrati della Cassazione che hanno ritenuto che il legislatore abbia violato gli artt. 3 e 53 della Costituzione.
La vicenda potrebbe essere ritenuta un trionfo dello Stato liberale o un gran pasticcio, a scelta.
Andiamo con ordine. La riforma IRES del 2004 ha rivoluzionato la fiscalità societaria rendendo possibile sia la cessione di partecipazioni PEX sia la parallela operazione di conferimento di azienda in una Newco e successiva cessione della partecipazione in regime PEX.
L’Amministrazione Finanziaria ha però iniziato a contestare le sequenze negoziali, non certo ai fini IRES dove gli operatori hanno solo applicato la legge, ma ai fini dell’imposta di registro sostenendo che la sequenza negoziale dovesse essere tassata secondo la sostanza economica delle operazioni tra di loro collegate. Da qui la riqualificazione di cessioni di partecipazioni in cessioni di azienda nonché la censura di altre operazioni in sequenza.
Questo approccio ha sconcertato non poco gli operatori, chiamati a concludere importanti operazioni straordinarie senza sapere quale sostanza economica l’AF potesse intravedere e quindi, in ultima analisi, non sapendo come sarebbe stata applicata l’imposta.
DI fronte alle proteste degli operatori, il legislatore con la finanziaria 2018 ha messo le mani sull’art. 20 dell’imposta di registro specificando che la valutazione affidata all’AF non può basarsi su elementi extra testuali e, per bilanciare questa limitazione, ha introdotto esplicitamente la possibilità di applicare la disciplina...