RICERCA ARTICOLI
Altre imposte indirette e altri tributi 16 Luglio 2026

Patto di famiglia: quando le clausole “salva-patriarca” costano care

Niente esenzione per il patto di famiglia: donare il 95% delle quote non basta se lo statuto blinda il controllo al donante. L’Agenzia delle Entrate (interpello n. 143/2026) chiarisce che il passaggio di controllo deve essere effettivo.

Il passaggio generazionale è, da sempre, il tallone d'Achille del tessuto imprenditoriale italiano. Il desiderio viscerale del fondatore di cedere lo scettro formale, pur mantenendo saldamente le mani sul timone operativo, partorisce spesso architetture statutarie ardite che si infrangono clamorosamente contro il muro dell'Agenzia delle Entrate. L'ultima puntata di questa saga è la risposta all’interpello 13.07.2026, n. 143, un documento che interviene a gamba tesa sull'esenzione dall'imposta di donazione per i patti di famiglia e che merita un'attenta riflessione da parte di noi professionisti.

Veniamo al caso pratico, un "classico da scrivania" nella nostra quotidianità. Un imprenditore, socio unico di una holding, decide di trasferire al figlio il 95% della nuda proprietà delle quote tramite patto di famiglia (ex art. 768-bis e ss. c.c.), conservando per sé l'usufrutto vitalizio. Il figlio, come da manuale, si impegna a non cedere le quote per il fatidico quinquennio. Sulla carta, sembrerebbero esserci tutti gli ingredienti per invocare l'esenzione ex art. 3, c. 4-ter D.Lgs. 346/1990, dal momento che il donatario acquisisce una percentuale schiacciante della società.
Il diavolo, però, si nasconde nei dettagli statutari. Per blindare il proprio predominio, il disponente preannuncia modifiche allo statuto per riservarsi diritti particolari ex art. 2468 c.c.: la nomina a Presidente del CdA, il potere di votare nelle assemblee delle partecipate per nominare amministratori (persino sé stesso), l'autorizzazione al trasferimento di aziende o marchi e, ciliegina sulla torta, il diritto di gradimento sui trasferimenti futuri delle quote.
L'Agenzia, con un occhio clinico che non fa sconti alle finzioni giuridiche, smonta l'impalcatura. La tesi del contribuente ("ti ho dato il 95%, quindi hai il controllo formale") viene bocciata senza appello. Il Fisco, richiamando l'art. 2359, c. 1, n. 1) c.c. e allineandosi all'ormai granitico orientamento della Cassazione (ordinanza n. 6616/2026) e della prassi recente (risposta n. 115/2026), ribadisce un concetto essenziale: ai fini agevolativi, il controllo trasmesso deve essere effettivo e di diritto.
Se lo statuto o eventuali patti parasociali riservano al dante causa poteri tali da svuotare le prerogative dell'avente causa, ostacolandone il potere di influire sull'adozione delle delibere di competenza dell'assemblea ordinaria, il donatario si ritrova con una scatola vuota. Risultato della manovra? Niente esenzione e applicazione dell'imposta di donazione in misura ordinaria ai sensi dell'art. 16, c. 1, lett. d) D.Lgs. 346/1990. Un salasso fiscale perfettamente evitabile.

Qui risiede lo spunto critico per la nostra pratica di studio. Quante volte ci sentiamo rivolgere la fatidica richiesta: "Dottore, intesto tutto ai figli per evitare le tasse di successione, ma voglio comandare io finché campo"? La risposta n. 143/2026 ci impone di frenare senza indugi questi entusiasmi egemonici. Dobbiamo smettere di assecondare l'illusione che l'intestazione nuda e cruda di un pacchetto di maggioranza sia sufficiente a blindare l'esenzione fiscale, se poi la regia della governance rimane ostaggio del patriarca tramite un depotenziamento sistematico dei diritti dell'avente causa.
La morale della favola è cruda ma inequivocabile: il passaggio generazionale fiscalmente agevolato richiede un passo indietro autentico, non una pantomima. Volere la botte piena (il controllo assoluto) e la moglie ubriaca (l'esenzione d'imposta) non è più un'opzione praticabile. A noi professionisti spetta il compito ingrato, ma doveroso, di disinnescare queste bombe a orologeria prima del rogito notarile, avvertendo il cliente che il controllo fittizio si paga, e a caro prezzo.