Ho avuto la fortuna di conoscere un grande ingegnere, una persona degna di essere il protagonista di una serie webTv o di un case use da corso di laurea: un ingegnere meccanico che ha reso grandi tutti i gruppi di lavoro in cui si è trovato; ha delineato nuovi traguardi tecnologici battezzando la strada di tutti coloro che lo hanno seguito, ha primeggiato sui concorrenti, ha ricominciato da zero in diverse realtà e in ognuna ha sempre avuto queste performance. Pensavo di trovarmi di fronte a un ingegnere metodico tutto numeri e statistiche invece, con sorpresa, mi sono trovata di fianco a un gestore di uomini. Quello osannato dai colleghi e dagli antagonisti è un uomo umile, con pochi credo e inossidabili cardini: competente (di sè stesso prima di tutto); consapevole di ciò che sa fare; sicuro di ciò che gli altri possono dare ai suoi disegni (strategie).
Il suo successo? Tanto semplice quanto complesso. Team di lavoro costruiti da zero che partivano da un elenco corto: un giovane che portasse novità; uno con vent’anni di esperienza che desse le basi solide su cui costruire le novità; uno “preso dall’esterno” che fosse l’antagonista che non sa, che vuole spiegazioni, che vede ciò che l’esperienza oscura a seguito dei fallimenti. Perché si fallisce solo se non si vede con un altro punto di vista. In questo modo, ogni gruppo di lavoro acuisce la propria competenza...