Economia 03 Giugno 2021

Recovery Fund, Next Generation EU, PNRR per uscire dalla crisi

Le “armi” e le strategie dell'Europa per ritornare ai fasti dell'era pre-Covid.

Sono, questi, nomi, sigle e acronimi che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi, e che hanno in qualche modo travalicato l'ambito degli “addetti ai lavori”, invadendo il campo della comunicazione “di massa”. Si, perché si tratta degli strumenti finanziari che l'Europa, non senza difficoltà e discordie ma in ultima analisi dimostrando un'unità di intenti che non aveva probabilmente mai palesato nella sua storia, ha messo in campo nel tentativo di far uscire i propri Stati membri da quella che verrà ricordata come una delle più gravi crisi economiche dell'età contemporanea.

In principio fu il Covid. Non ci soffermeremo, non è questa la sede opportuna, sugli eventi che hanno scandito il precipitare dell'Europa, dell'Italia e del mondo intero in una delle crisi sanitarie più gravi della sua storia: ognuno di noi ha ricevuto (e continua a ricevere) aggiornamenti quotidiani in merito all'evolversi dei dati epidemiologici, in merito al numero dei decessi e all'andamento della campagna vaccinale, unica arma, dal punto di vista sanitario, che potrà consentirci, in tempi che è ancora difficile stimare, di lasciarci definitivamente alle spalle la fase più acuta della crisi.

Giova però, al fine di valutare con cognizione di causa l'impatto delle misure di sostegno messe in campo dall'Unione Europea, passare brevemente in rassegna l'incidenza in termini economici (e occupazionali) che la crisi ha avuto, e continua ad avere.
Il blocco imposto dai governi nazionali a oltre metà della popolazione mondiale per contrastare la diffusione dei contagi ha spinto l'economia globale nella peggiore recessione dai tempi della seconda guerra mondiale.
Da gennaio dello scorso anno, l'impatto dell'epidemia è passato da essere uno shock dell'offerta localizzato e incentrato sulla Cina, che ha comunque inviato onde d'urto sulle catene di fornitura mondiali, ad essere un violento shock della domanda che ha danneggiato i consumi e gli investimenti non più solo in Cina, ma anche in Europa, Stati Uniti e America Latina.
Abbiamo così assistito a una forte recessione globale nei primi 2 trimestri del 2020 nella stragrande maggioranza delle economie, sia sviluppate che emergenti.
Questa situazione è stata seguita da una ripresa a partire dalla seconda parte dell'anno, con una riapertura delle economie mondiali e dei vari settori, contestualmente all'allentamento delle misure di confinamento.
La nuova strategia basata su lockdown leggeri e mirati come risposta alla seconda ondata di diffusione del virus ha, di fatto, raffreddato le aspettative di ripresa nella seconda parte dell'anno.

La sfida oggi è rappresentata dal successo della campagna dei vaccini: maggiore sarà la velocità di immunizzazione, più veloce sarà la ripartenza delle economie nazionali.
L'Italia, che in Europa è fra i Paesi maggiormente colpiti in termini di contagi e vite umane perse, ha visto una perdita del PIL pari al 8,8% nel 2020.
Le cause sono state ovviamente il blocco delle attività sociali e produttive interne, ma anche la maggiore dipendenza della nostra economia dai servizi rispetto (ad esempio) alla Germania.
Si pensi al turismo, che è il settore maggiormente impattato dalle misure di contenimento.
In questo contesto, l'andamento delle vaccinazioni, e in particolare l'obiettivo di immunizzare il 70% della popolazione adulta entro l'estate, risulta determinante per consentire un significativo allentamento delle restrizioni. Ogni settimana di ritardo, in Italia, equivale a 2 miliardi di euro di perdite di produzione.
La crisi provocata dal Covid-19 ha portato il debito pubblico italiano al 160% del PIL. Nella migliore delle ipotesi, tale cifra potrebbe stabilizzarsi nei prossimi 2 anni.

Tutti i Governi e le Banche centrali hanno messo in campo misure straordinarie, sia di natura monetaria che fiscale, per far fronte a questa crisi. Gli ingenti aiuti statali in particolare hanno contribuito ad assorbire lo shock causato dalla crisi, aiutando molte aziende colpite dalla pandemia ad evitare di “presentare i libri in tribunale”, almeno per il momento.
A livello globale, si è infatti complessivamente assistito ad una diminuzione del 10% dei default aziendali, ma ad un'analisi più puntuale non può sfuggire che la pandemia ha provocato un aumento del 23% delle grandi insolvenze, cioè quelle che riguardano imprese con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro.
Nel 2021, le insolvenze globali potrebbero crescere del 25% su base annua principalmente a causa di un eventuale rimbalzo dopo il calo registrato nel 2020. Tuttavia, è altrettanto importante tenere a mente che quest'ultimo potrebbe rimanere su livelli artificiosamente bassi qualora i Governi decidessero di continuare a proteggere le aziende dalla cruda realtà della situazione che dovremo affrontare.

Sarà molto difficile trovare dei settori che usciranno indenni dalle restrizioni attuate nei mesi scorsi; solo la farmaceutica sembra avere conservato un profilo di rischio basso.
Nel giro di un anno e mezzo, anche a causa delle difficoltà dell'economia e delle imprese italiane a registrare performance soddisfacenti, la percentuale dei settori considerati maggiormente a rischio è passata dal 35% al 65%. I settori principalmente impattati dal blocco sono il turismo, l'automotive e i trasporti.
Altre industrie, caratterizzate da un'elevata leva finanziaria e da una scarsa liquidità soffriranno dell'attuale fermo delle attività produttive e non saranno in grado di generare adeguati flussi di cassa per far fronte ai propri impegni. All'interno di questo panorama sicuramente non roseo, ci sono dei settori che riusciranno a trovare comunque delle prospettive di sviluppo; fra questi, il già citato pharma e il bio-medicale, anche in una prospettiva di medio-termine, e quelli che offrono servizi immateriali come ICT e telecomunicazioni.

Passando all'impatto sul mondo del lavoro, a fine 2020 gli occupati in Italia sono risultati essere 435.000 in meno rispetto all'anno precedente. Le perdite maggiori si sono concentrate tra i dipendenti a termine (-412.000), i lavoratori autonomi (-141.000), i giovani (-312.000), e le donne (-171.000).
Per le famiglie italiane è stato stimato un reddito disponibile in calo complessivamente di 30 miliardi a fronte di risparmi cresciuti come mai nel passato (131 miliardi, contro i 71 del 2019) e una propensione media al risparmio quasi raddoppiata (8,2% nel 2019, 15,6% nel 2020).