Qualche tempo fa l’architetto e senatore Renzo Piano ha proposto un programma di cuciture rivolto a una migliore integrazione del tessuto urbano mediante il recupero e la rifunzionalizzazione di aree degradate, racchiuse nel recinto cittadino, e di immobili abbandonati, al fine di dare maggiore omogeneità e ricreare armonia nei quartieri e nei centri urbani. Come su una vecchia stoffa strappata dal tempo, si doveva procedere con un sapiente ricamo per ridare forma e funzionalità a una trama da indossare, da abitare e vivere.
Assocerei quest’idea alla funzione del Recovery Plan come strumento per “ricucire” fratture, strappi e lesioni del tessuto sociale ed economico, provocati non solo dalla pandemia, ma anche da situazioni strutturali carenti da tempo che devono essere ricomposte, sanate, appunto ricucite.
Le vicende che hanno riguardato alcune situazioni di crisi come Autostrade, Ilva o Alitalia indicano il bisogno di rammendare il solco che si è creato tra pubblico e privato, tra ruolo dello Stato e iniziativa privata. È noto che le situazioni di emergenza favoriscono una presenza più attiva del pubblico rivolta a una gestione diretta. Il rammendo, tuttavia, deve essere indirizzato sul piano legislativo e soprattutto amministrativo, dei protocolli e dei controlli, non sempre chiari e non sempre fatti rispettare.
C’è una ricucitura sul piano sociale, che riveste la forma dell’urgenza, sulla ricomposizione del rapporto tra generazioni. Qui il filo resistente deve riconnettere la sicurezza degli anziani con il futuro dei giovani, che sarà per molti anni gravato da una mole massiccia di debiti e di disavanzi di bilancio statale. Il rammendo è assolutamente necessario e tocca le pensioni, la natalità, i contratti di lavoro, le politiche di sostegno e gli investimenti nell’istruzione e nella ricerca.
Uno strappo lacerante si è prodotto nella faticosa scelta tra la salute e il benessere economico. È una riflessione che ha percorso tutto il periodo pandemico e che ci trascineremo nel dibattito ancora per molto. Certo è che non è possibile pensare al profitto a tutti i costi, a scapito della vita delle persone, a partire dalla tragedia del Mottarone come caso limite.
Sono da riconnettere la struttura della mobilità territoriale, i ponti sui fiumi e le gallerie, che hanno nella loro natura l’istinto del crollo. È da ripensare il rapporto tra le attività agricole e lo sfruttamento intensivo con fertilizzanti non appropriati: nelle nostre zone è stato possibile sentire gli effluvi dei fanghi tossici spacciati come fertilizzanti, per fortuna bloccati dalla magistratura.
Ecco qui un altro strappo: il rapporto con la giustizia civile, la lunghezza dei processi, l’onerosità dell’iter. E quante altre toppe dovremmo pensare per le smagliature del fisco, per il rapporto tra lo Stato e le Regioni che prevede una continua Penelope al lavoro? E, poi, ognuno di noi ha i propri strappi di ingiustizia, chi per ristori mai pervenuti o insufficienti, chi per l’impossibilità di ristabilire condizioni stabili nell’attività. Sono tante piccole e grandi ricuciture che hanno bisogno di un’enorme quantità di filo e, soprattutto, di pazienti e bravi sarti.
Una nota, infine, forse un po’ scomoda, sulla quale riflettere: l’utilizzo delle risorse per la solidarietà verso chi è in difficoltà e per favorire le politiche attive, soprattutto nei confronti dei giovani: ottima cosa, purché non divenga - o alimenti - il disastroso assistenzialismo parassitario che è una delle storture del Paese. Occorre ritrovare l’etica dell’impegno e del sacrificio virtuoso. Per non ripetere errori passati dei quali, ancora oggi, paghiamo le conseguenze. E a pagarle maggiormente saranno, oltretutto senza colpa, le future generazioni.
