Non so se stiamo davvero entrando nella fase in cui, durante il lockdown, auspicavamo di ritrovarci migliori che in passato. Come al solito, i pareri erano diversi. Chi parlava di grande occasione di cambiamento (nei principi, nelle relazioni, nei comportamenti pratici), chi constatava l’irriducibilità della pigrizia umana, profetizzando un ritorno alle vecchie abitudini e chi, anche più pessimistia, temeva un peggioramento generale. Come al solito, iniziamo a constatare che alcune situazioni hanno comportato grandi cambiamenti positivi, altre hanno segnato continuità e altre ancora registrano enormi difficoltà.
Prendiamo le imprese. Ci sono dinamiche estremamente positive per alcuni settori, che durante la fase acuta della chiusura hanno fortemente guadagnato. Certamente l’alimentare, il tecnologico, le comunicazioni, la farmaceutica, il biosanitario e tante altre imprese di servizi. Hanno tenuto il comparto pubblico, la logistica, i giornali, le banche e le assicurazioni. Colpiti duramente i settori auto, trasporti aerei, ristorazione e bar, alberghi, turismo, sport, abbigliamento, mobili, elettrodomestici, carburanti.
I primi sono i settori che sono entrati dentro la crisi e hanno potenziato attività coerenti. Pensiamo ai profitti di Amazon, che si è vista rafforzare nel ruolo di monopolista delle forniture a domicilio. Strano ma vero il successo di Tesla, che pur operando in un settore difficile come l’auto si è avvalsa della propria immagine ipertecnologica. Si sta producendo un fenomeno di polarizzazione dell’attività economica che ridisegna la globalizzazione. Da una parte è entrata in crisi la vecchia globalizzazione dei commerci tradizionali. Frontiere chiuse, consumi ridotti, promozione dei prodotti nazionali hanno caratterizzato la prima fase e decretato la sua fine. La seconda si è aperta con un potente sviluppo del digitale, interessando anche il commercio e altre attività tradizionali.
Mi è capitato durante la fase di chiusura di avvalermi dei servizi a domicilio di imprese di ristorazione, che hanno cercato di supplire con l’asporto o la consegna diretta alla mancanza di matrimoni, cerimonie, cene di lavoro, quotidianità di consumo. Questi operatori sono approdati sul web e hanno cercato di parare i duri colpi della crisi. Vedo ora in fase di riapertura e di timida ripresa, con i vincoli del distanziamento, che le nuove modalità non sono abbandonate, ma affiancheranno l’auspicata pienezza di servizio. Piccoli esempi, come le riconversioni delle industrie tessili a favore degli strumenti di protezione sanitaria, che indicano, però, come il periodo Covid-19 si sia trasformato anche in un’opportunità di innovazione. Come formatore non lo auspicavo di certo, ma la mia indole mi fa cercare la positività in ogni cosa.
Le cose dunque si mescolano, il digitale invade sempre di più attività che si ripensano nel futuro con modalità diverse, mantenendo, spero, il rapporto con l’economia reale. Però c’è bisogno di riequilibrio tra settori. Non è questione di mera solidarietà, ma la constatazione che, comunque, nessuno potrà continuare a guadagnare sulla crisi senza lo sviluppo dei settori colpiti. Non sono convinto che il riequilibrio possa avvenire con la “mano invisibile” delle sole leggi del mercato e non credo si possa auspicare un ruolo dirigista dello Stato.
Qualcosa, però, sicuramente si può fare. Per esempio, esercitare un controllo fiscale stretto sulle plusvalenze delle fortunate attività produttive e commerciali operanti nei settori positivi e con quelle risorse immaginare politiche di sostegno per le imprese in difficoltà. Senza pericolosi pregiudizi ideologico/fiscali, evitando di favorire logiche meramente assistenzialistiche che, alla fine, creano i presupposti per nuovi disastri economici. Magari non per tornare alle tradizionali impostazioni, ma formando il nuovo. Come scriveva Seneca, non esiste vento buono per il marinaio che non conosce la rotta.
