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Imposte e tasse 18 Novembre 2021

Rivalutazione, l'ammortamento diventa eterno

Nella bozza di legge di Bilancio 2022 spunta un'amara beffa per chi ha appena effettuato l'operazione sugli intangibles. Si prevede di allungare il periodo di ammortamento da 18 a 50 anni.

Con l'art. 110, D.L. 14.08.2020, n. 104, il legislatore (pro tempore), rispolverando precedenti esperienze, aveva consentito alle società non IAS adopter, di rivalutare i beni strumentali d'impresa risultanti dal bilancio dell'esercizio in corso al 31.12.2019 e alle società IAS di effettuare i riallineamenti. Le disposizioni consentivano di dare efficacia fiscale alla rivalutazione e di eseguire il riallineamento previo pagamento di un'imposta sostitutiva del 3%.
Era subito apparso evidente che la nuova rivalutazione avrebbe riscosso successo, in ragione del limitato contributo richiesto, portando nelle casse erariali un bel gruzzoletto. Di fatto, all'imprenditore è stata data la possibilità di fissare l'aliquota fiscale del 3% per una quota dei propri redditi futuri. Una misura giudicata generosa. Ma il risultato della misura è andato ben sopra le previsioni, con il rischio di aprire una voragine nei conti dello Stato sugli anni successivi.
Il nuovo legislatore si è quindi trovato a gestire la prospettiva di un crollo del gettito per i prossimi anni. Questo a giustificazione della reazione, che però ai più appare come un intervento a gamba tesa che va oltremisura.

La bozza di manovra (art. 160), infatti, ipotizza un allungamento del periodo di ammortamento fiscale degli intangibili rivalutati a 50 anni rispetto agli attuali 18. Il mezzo secolo rappresenta un'eternità rispetto alle dinamiche aziendali sempre più rapide.
D'altra parte, lo scherzetto di ritoccare il periodo di ammortamento dei beni rivalutati non è una novità. Ne sanno qualcosa le aziende, per lo più banche, che avevano affrancato le DTA sugli avviamenti. Questa volta, però, il legislatore non tocca (solo) il mondo della finanza, ma sostanzialmente tutte le società italiane che hanno legittimamente approfittato di una misura pop. Si rischia di creare una ferita difficile da sanare nei rapporti tanto declamati Fisco-contribuente.
Molti, quindi, la prenderanno male, alcuni si pentiranno. A questi ultimi la norma assicura la possibilità di tornare sui propri passi annullando la scelta fatta, ma solo ai fini fiscali. Il legislatore fiscale non si è curato di quelle imprese che, pur annullando la scelta fiscale, dovranno gestire maggiori valori civilistici e quindi minori utili e nuova fiscalità differita da gestire.
La norma prevede un'altra via di uscita, ossia pagare un'imposta sostitutiva più alta (12%, 14%, 16% in funzione dell'importo affrancato) per evitare l'allungamento del periodo di ammortamento. Anche qui maggiori costi fiscali che gravano sul bilancio.
Quindi, oltre al danno degli effetti finanziari, anche la beffa dei costi in bilancio.

Il provvedimento proposto all'interno della manovra lascia aperte numerose perplessità e una domanda di fondo: quanto vale la fiducia in un sistema fiscale che, con disinvoltura, è in grado di cambiare repentinamente e radicalmente le regole del gioco?