Scegliere un investimento in equity in una società comporta diversi rischi, di cui uno dei più temuti è il rischio di doppia tassazione. Per gli investitori individuali questo rischio è giustamente temuto. In Italia, la tassazione dei dividendi ha incontrato l'ennesimo “giro di giostra” alla fine del 2017, con effetto a partire dai redditi del 2018, quando per via della cosiddetta “legge di Bilancio 2018” sono state apportate modifiche alla tassazione dei redditi di capitale; in particolare, dei dividendi percepiti dalle persone fisiche che detengono partecipazioni non in regime di impresa. In altre parole, il carico fiscale sulle partecipazioni detenute non in regime di impresa è stato equiparato a prescindere dal fatto che si tratti di partecipazioni qualificate o non qualificate. L'aliquota è stata uniformata al 26%. I risvolti pratici delle modifiche legislative, per il contribuente non in regime di impresa detentore di una partecipazione qualificata, sono nell'applicazione di una ritenuta a titolo di imposta del 26% del reddito percepito. In quanto tale, il contribuente non avrà l'obbligo di includere questo reddito nel cosiddetto modello Redditi. La società erogatrice del reddito, invece, dovrà presentare il modello CUPE e il modello 770.
Le geometrie dell'imposizione variano se il percettore è un contribuente che detiene la partecipazione in regime di...