Trattamento fiscale della somministrazione dei pasti ai dipendenti
Il punto della situazione anche in relazione al “rischio” di eventuali riprese a tassazione degli importi annotati nel registro dei corrispettivi oppure extra-contabilmente evidenziati per opportuna distinzione con le altre operazioni commerciali.
In ristoranti e bar, ma anche nei supermercati con gastronomia, è abituale il consumo di pasti e bevande da parte di titolare e dipendenti. Da ciò deriva il dubbio se e in che termini tale consumo possa avere un qualche rilievo impositivo, per quanto concerne sia l'Iva che le imposte sui redditi. Viene solitamente emesso uno scontrino a valore di costo come “corrispettivo non pagato”, con relativa autofattura, per i pasti consumati e non pagati da titolare e dipendenti presso il punto vendita.
Per quanto concerne l'Iva occorre prima di tutto considerare che le somministrazioni di alimenti e bevande generalmente costituiscono prestazioni di servizi solo se di valore superiore a 50 euro, anche se effettuate per l'uso personale o familiare dell'imprenditore, ovvero per altre finalità estranee all'esercizio dell'impresa, ad esclusione delle somministrazioni nelle mense aziendali. Il valore della singola somministrazione è dato dall'ammontare delle spese sostenute per la relativa effettuazione.
Sul fronte dell'Iva assolta sugli acquisti di beni e servizi per la preparazione dei pasti e delle bevande è da ritenere che non operi l'indetraibilità prevista per gli acquisti afferenti operazioni esenti o non soggette.
Nell'ambito del reddito di impresa le fattispecie di autoconsumo rilevanti ai fini impositivi appaiono essere solo quelle riguardanti le cessioni di beni. L'art. 85 del Tuir...