Valore aggiunto, grandezza fondamentale nell’analisi di bilancio
L’articolo illustra il significato e le modalità di utilizzo, nelle analisi di bilancio, della grandezza costituita dal “valore aggiunto”, ottenuta dalla riclassificazione del conto economico in modo scalare.
Il valore aggiunto, come noto, viene determinato dalla differenza fra il valore della produzione e i “costi esterni”, costituiti dai fattori produttivi acquistati da economie terze quali materie prime, servizi e oneri diversi.
Rappresenta, quindi, una misura dell’incremento di ricchezza, generatasi grazie all’apporto del lavoro e dall’impiego del capitale di cui l’impresa è dotata, rispetto al valore di beni e servizi, prodotti da altri, distrutti nel processo produttivo.
Il rapporto tra valore aggiunto e valore della produzione consente di fornire indicazioni sul business adottato e sulle capacità di competere.
Nel caso in cui questo rapporto risulti basso, l’impresa ragionevolmente sarà caratterizzata da una struttura produttiva modesta, facilmente scalabile in quanto le risorse impiegate sono disponibili sul mercato, con una limitata forza competitiva, non avendo controllo sulla catena del suo valore aggiunto, il tutto con un impatto sull’economicità espressa.
A riguardo, tuttavia, occorre ricordare come nelle analisi di bilancio non esistono regole univoche, casomai segnali da interpretare. Vi sono, infatti, anche imprese fiorenti con margini di valore aggiunto minimi, che hanno saputo costruire la loro forza ricorrendo al conto terzismo. Famose sono le imprese tessili pratesi, dove molte delle lavorazioni sono esternalizzate in quel contesto di impresa diffusa, definita economia...