Quando commentiamo fatti dolorosi che riguardano gli altri, ci illudiamo di essere immuni da errori e pregiudizi e che la follia del male non possa sfiorarci. Non è così. Anche noi possiamo lasciarci attrarre dalle cattive notizie, dalla brutalità, dalla fretta. Eppure, cambiare è possibile.
Una recente serie televisiva ha riportato alla mia memoria la drammatica vicenda del dottor Enzo Tortora, noto presentatore, autore di trasmissioni di successo e, soprattutto, un uomo perbene. Travolto dall’infamia più ignobile, precipitò nell’infernale girone dantesco di una giustizia tracotante, approssimativa e sorda. Alla lettura della sentenza di condanna, il suo difensore, l’avvocato Della Valle, scoppiò in lacrime dichiarando di voler lasciare la professione: aveva visto sgretolarsi ciò in cui aveva sempre creduto, la Giustizia. Tortora fu denunciato per vendetta da un camorrista che, per un banale disguido postale, non aveva visto recapitati alla redazione di Portobello alcuni merletti cuciti in carcere. A quelle parole diffamatorie si aggiunsero le menzogne di altri pregiudicati, desiderosi di un momento di gloria. Lo accusarono di essere uno di loro, un noto quanto insospettabile spacciatore e addirittura un affiliato della camorra. Ma la storia ci consegna un elemento ancora più agghiacciante: nonostante Tortora gridasse la sua innocenza, nessuno gli credette. La stampa, i suoi colleghi, la gente comune, gli stessi che fino a poche ore prima lo ammiravano per la sua cultura, la sua riservatezza, la sua impeccabile professionalità, si scagliarono contro di lui come belve affamate, convinte che “se è stato arrestato, qualcosa avrà pur fatto”. Così l’orchestra del male eseguì, su un palco lastricato di menzogne, uno spartito che purtroppo...