L’eterna disputa sulla validità dell’accertamento tributario conseguente all'irrituale acquisizione di informazioni, ha costituito oggetto di una recentissima ordinanza della Cassazione (n. 673, depositata il 15.01.2019), con cui i giudici sanciscono l'inutilizzabilità di prove reperite in seguito a un'azione ispettiva definita “perquisizione illegale”. Si trattava in realtà di un accesso eseguito nei locali adibiti promiscuamente ad abitazione e sede dell’attività d’impresa, in mancanza di autorizzazione della competente autorità giudiziaria, ex art. 52, D.P.R. 633/1972.
Tale pronuncia offre un importante spunto di riflessione teorica, che ripercorrere la contrapposizione tra la tesi del “male captum bene retentum” (lett.: appreso male, giudicato bene) e della teoria dei "frutti dell’albero avvelenato” (fruit of poisoned tree, come è stata battezzata dalla giurisprudenza statunitense negli Anni ‘20), in base alla quale i vizi di una determinata raccolta e ricostruzione probatoria, finirebbero per incidere sugli atti successivi, generando una progressione della violazione originaria nei “frutti” stessi della ricerca, contaminandoli del medesimo veleno di cui risultava cosparso l’albero (recte: il vizio probatorio). Nel caso in esame, quindi, la Suprema Corte, ha optato per la seconda teorizzazione: il vizio originario di raccolta...