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Lavoro 29 Ottobre 2018

Autonomia o subordinazione, non basta la parola


La Suprema Corte, con la sentenza 15.10.2018, n. 25711, è intervenuta per cercare di sciogliere il più amletico dei dubbi che tormenta, ormai da decenni, giuristi e operatori del diritto del lavoro. Quali sono gli elementi che permettono di distinguere il rapporto di lavoro autonomo da quello subordinato? La Cassazione, in linea con le sue precedenti pronunce, afferma che “ai fini della distinzione tra lavoro autonomo e subordinato, quando l’elemento dell’assoggettamento del lavoratore alle direttive altrui non sia agevolmente apprezzabile a causa della peculiarità delle mansioni (e, in particolare, della loro natura intellettuale o professionale) e del relativo atteggiarsi del rapporto, occorre fare riferimento a criteri complementari e sussidiari”. La Corte ci dice che per distinguere un rapporto di lavoro subordinato da uno autonomo, in presenza di un non chiaro “potere direttivo”, si possono utilizzare criteri “complementari e sussidiari”. Questi indizi, presi singolarmente, non hanno un valore decisivo, ma valutati complessivamente possono rilevarsi decisivi ai fini probatori, per dimostrare la subordinazione. La Cassazione indica esplicitamente alcuni di questi indizi: il tipo di collaborazione, la continuità delle prestazioni, l’osservanza di un orario determinato, il versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, il coordinamento dell’attività lavorativa,...

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