Al fine di favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, negli anni sono stati messi in campo numerosi strumenti: alcuni, più datati, come il contratto di formazione-lavoro ed il contratto di inserimento, poi miseramente naufragati; altri, più recenti, come il reddito di cittadinanza (almeno nella parte attiva) e il Programma garanzia giovani, dei quali ancora non si conoscono i veri effetti.
In un quadro così fosco, una luce di speranza era sembrata venire qualche anno fa dall’alternanza scuola-lavoro, vale a dire un modello di apprendimento, inserito nella riforma della “Buona scuola”, che consente ai ragazzi di età compresa tra i 15 ed i 18 anni di svolgere il loro percorso di istruzione realizzando una parte della formazione presso un’impresa o un ente del territorio.
Veniva così affermato un principio duale in grado di affiancare alle tradizionali lezioni teoriche in aula, un momento pratico da effettuarsi in un contesto professionale, senza tuttavia instaurare veri e propri rapporti di lavoro con la struttura ospitante. Tale modello, che tanto successo ha avuto in Germania, si è ben presto scontrato con il DNA produttivo del nostro Paese, caratterizzato da poche imprese in alcuni territori o da aziende troppo piccole in altri, che di fatto ne ha impedito il decollo.
Esso, tuttavia, rimane una buona idea da incoraggiare e non abbandonare, poiché cerca di superare l’inevitabile solco che separa l’apprendimento teorico sui banchi di scuola dall’applicazione pratica in azienda, consentendo lo sviluppo di quelle competenze cognitive e sociali che la scienza economica ritiene fondamentali per un inserimento di successo nel mondo del lavoro.
In attesa di raccogliere i frutti eventuali dell’alternanza scuola-lavoro e degli altri strumenti più innovativi per una migliore comprensione del fenomeno, non resta che analizzare i due istituti più storici e tradizionali in materia: il tirocinio e l’apprendistato.
Il tirocinio ha conosciuto negli ultimi tempi una crescita esponenziale, dovuta principalmente a un uso distorto ed elusivo. Nato come un periodo di addestramento in grado di favorire un’esperienza pratica e professionale, è sempre più divenuto un mezzo volto a dissimulare un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, a costi nettamente inferiori e con regole meno stringenti. Per questo motivo le attenzioni del legislatore e delle autorità preposte si sono via via concentrate sui criteri da seguire nell’attività ispettiva per prevenire e smascherare i frequenti abusi del settore, presenti soprattutto nei tirocini c.d. “extracurriculari”, vale a dire quelli svolti al di fuori di un percorso di studi.
Luci ed ombre hanno invece caratterizzato il contratto di apprendistato. Da una parte, quello di tipo professionalizzante ha mostrato buoni risultati nell’acquisizione di una qualifica professionale e l’instaurazione di un successivo rapporto di lavoro; dall'altra, l’apprendistato di primo livello (cioè volto a far conseguire a dei giovani da 15 a 25 anni un diploma di istruzione secondaria) si è rivelato una sorta di ospite poco gradito all’interno del sistema scolastico superiore, sembrando attagliarsi ad una minoranza di studenti bravi e motivati degli istituti tecnici e professionali, senza riuscire a raggiungere i suoi veri destinatari, ovvero coloro che tendono all’abbandono ed alla dispersione scolastica.
La principale causa di ciò va rinvenuta nel fatto che, spesso, tale tipo di apprendistato viene svolto in aggiunta, anziché in alternativa, ai programmi curriculari, costituendo così un impegno ulteriore ed eccessivamente gravoso per gli allievi più deboli.
Perché tale percorso diventi, invece, una vera alternativa agli altri istituti superiori, è necessaria la creazione di apposite scuole, con proprio personale e strutture ad hoc, che si occupino specificamente ed esclusivamente dell’offerta dell’apprendistato alle imprese del territorio, cercando così di colmare la vera grande lacuna del nostro sistema: il dialogo insufficiente tra il mondo della scuola e quello imprenditoriale.
