Tanti sforzi sulla privacy ma il possesso vero e proprio continua a rimanere appannaggio dei signori del web.
Anche nella percezione degli utenti, la (semi)gratuità del web ha relegato in ultimo piano gli aspetti legati alla proprietà dei dati personali presenti su Internet i quali, al giorno d’oggi, costituiscono una mole incalcolabile di notizie anagrafiche, sanitarie, fiscali, politiche, religiose, culinarie, di telefonate, selfie e chat, ecc.: per fare un esempio familiare ai lettori, le fatture elettroniche emesse in Italia sono 2,1 miliardi all’anno e coinvolgono controparti e soggetti terzi, dilatando ulteriormente il campo. Se questo controllo trova ragioni nel contrasto al terrorismo e all’evasione fiscale, non sfugga a nessuno che la profilazione in atto va ben oltre queste necessità e che i nostri dati telefonici, così come i comandi che impartiamo al nostro risponditore vocale, oppure gli spostamenti registrati dal navigatore satellitare, per fare un altro esempio, sono sistematicamente venduti e rivenduti per fini di mercato.
Orbene, trasferire questi concetti dal campo virtuale a quello reale, equivale a stravolgere 5.000 anni di civiltà per come l’abbiamo conosciuta: i frutti del nostro orto sono o non sono nostri? Occorre quindi immaginare una specie di “stato di natura”, prima che il concetto di proprietà si consolidasse (scoperta dell’agricoltura), per comprendere le sconfinate praterie a disposizione del più forte: del web, appunto. Chi possiede la Rete, ne possiede i...