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Diritto 28 Settembre 2022

Diritti e doveri, due facce della stessa medaglia

Viviamo in una società liquida, dove ognuno si sente legittimato - spesso senza averne titolo - a pontificare su tutto. Specialmente quando si tratta di reclamare un diritto. Che è legittimo e nobilissimo, sia chiaro, purché non ci si limiti solo a reclamare vantaggi.

In questo esercizio di reclamare diritti sono maestri coloro che cercano di ingraziarsi la benevolenza delle masse: è assai più semplice, infatti, promuovere la rivendicazione dei diritti anziché, con la medesima forza, chiedere di assolvere ai propri doveri. Invitare a compiere quello che ci è richiesto, di regola, non è mai pagante: il destinatario dell’invito presume, sempre e comunque, di non avere niente da rimproverarsi e, semmai, che “altri” debbano uniformarsi alla raccomandazione.

Diritto al lavoro e all’equo compenso: sacrosanto, purché si sia disposti all’assunzione responsabile di un impegno che non ha solo funzione personale, ma anche enorme valenza sociale. Diritto allo studio: indiscutibile, purché si trasformino le risorse economiche e i sacrifici della famiglia in risultati adeguati. Ascoltando e leggendo quello che circola, segnatamente sui social, è arduo non pensare che molti abbiano un concetto assai flessibile di cosa significhi “studiare”.
Diritto e libertà di espressione: baluardo e presidio di ogni società profondamente democratica, purché non si confondano le opinioni, qualunque esse siano, con astruse e cervellotiche farneticazioni. Per queste dovrebbe essere inibita, se non la libertà di espressione, la possibilità che possano essere oggetto di discussione.
Non tutto, estremizzando il concetto, può essere democratico: scienza e conoscenza specialistica sono appannaggio di chi, a pieno titolo e in forza di applicazione e di studio, ha il diritto di parlarne. Gli altri possono (e soprattutto devono) ascoltare. Per il loro stesso bene. Non è una visione aristocratica delle competenze, ma l’ineludibile presa d’atto che non tutti possono pretendere di essere autorevoli su qualunque questione. Banalizzando, per guidare occorre conseguire la patente.
Questo non significa in alcun modo che sia ipotizzabile, neppure astrattamente, una diversa dignità dei singoli; con altrettanta certezza, però, è inammissibile una stratificazione al ribasso. Non avviene neppure nel mondo animale, dove esistono gerarchie che servono principalmente a tutelare i più deboli e a preservare il branco. È in atto, invece, un pericoloso processo involutivo. Il mantra dell’omologazione a qualunque costo è la negazione e la morte del merito, il vilipendio delle competenze e, alla fine, l’oltraggio al diritto di chi, in questo caso, non può essere, per l’appunto, “omologato” agli incapaci.
Scriveva Giuseppe Mazzini che “La libertà non esiste senza uguaglianza, ma non esistono né uguaglianza né libertà senza una profonda coscienza dei doveri cui tutti siamo chiamati”. In tutto questo non è difficile individuare chi seguire: è sufficiente non ascoltare gli inflessibili, gli intransigenti e tutti coloro che credono di possedere la verità rivelata.

Insomma, tornando al tema dei diritti e dei doveri, dovremmo riflettere su un passo del celeberrimo discorso pronunciato da John Fitzgerald Kennedy il 20 gennaio 1961, a Washington, dopo avere prestato giuramento come 35º presidente degli Stati Uniti: “… E così, miei concittadini americani, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese…”.