Dopo i sindaci di Palermo e Napoli, nei giorni scorsi anche i presidenti di alcune Regioni italiane sono scesi sul piede di guerra contro il Ddl n. 840/2018, convertito in L. n. 132/2018, meglio noto come “Decreto sicurezza” o “Decreto Salvini”.
La notizia non è di poco conto, anzi assume maggior rilievo, dal momento che, a differenza dei Comuni, gli Enti regionali possono rivolgersi alla Corte Costituzionale nel caso in cui dovessero ravvisare profili di incostituzionalità nelle leggi statali a danno delle competenze costituzionalmente garantite: nel caso specifico, il provvedimento creerebbe gravi disfunzioni al sistema dei servizi sanitari e sociali di pertinenza regionale.
Ma vediamo in breve quali sono i punti più controversi del decreto, ponendo in evidenza come siano tutti riferibili al tema dell'immigrazione, oramai divenuto, purtroppo, un problema di esclusiva sicurezza pubblica.
Il primo aspetto è contenuto nell'art. 1 e riguarda la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari che aveva una durata fino a 2 anni e consentiva l'accesso al lavoro, al sistema sanitario nazionale e all'edilizia residenziale. Al suo posto vengono introdotti dei permessi speciali di più breve durata, destinati a particolari categorie di persone: vittime di violenza domestica o sfruttamento lavorativo, infermi bisognosi di cure mediche, uomini e donne provenienti da Paesi colpiti da calamità...