RICERCA ARTICOLI
Consulenza aziendale, commerciale e marketing 12 Giugno 2026

Il collaboratore che se ne va: rilanci o lasci andare?

Quando arriva la lettera di dimissioni di un bravo collaboratore, la controproposta sembra la mossa più ovvia. Spesso, però, è la più sbagliata. Ecco perché.

Arriva il momento che ogni titolare teme. Il collaboratore più bravo bussa alla porta e annuncia che se ne va: ha un'altra offerta, di solito da un'azienda o da uno studio più grande. Il primo pensiero è quasi sempre lo stesso. Quanto gli danno? Posso rilanciare? In pochi secondi la testa è già sulla controproposta.È una reazione comprensibile. Perderlo adesso vuol dire scadenze a rischio, clienti che lo cercano per nome, mesi per trovare e formare un sostituto. Rilanciare sembra l'unico modo per non lasciarlo andare. Il problema è che è una reazione, non una strategia, e le reazioni prese sotto pressione sono quasi sempre le decisioni peggiori.C'è un punto che spesso non viene messo a fuoco in queste circostanze: chi arriva a consegnare la lettera ha già deciso molto tempo prima. Il distacco è maturato per mesi. È stato un percorso che non si vedeva: un riconoscimento mai arrivato, un carico diventato insostenibile. L'offerta esterna è solo l'occasione per muoversi. Quando rilanci con qualche centinaio di euro in più tamponi il sintomo, lo stipendio, ma la causa resta dov'era.Ecco perché la controproposta, il più delle volte, compra solo tempo. Il collaboratore resta qualche mese, poi i motivi veri tornano a galla e se ne va comunque e stavolta senza preavviso emotivo. I numeri che circolano in rete su quanti se ne vadano dopo aver accettato un rilancio sono poco affidabili e li lascio perdere. Ma la logica è semplice: un aumento non riscrive le ragioni per...

Vuoi leggere l’articolo completo?

Abbonati a Ratio Quotidiano o contattaci per maggiori informazioni.
Se sei già abbonato, accedi alla tua area riservata.