In un mondo del lavoro attraversato da trasformazioni epocali, sta assumendo un’importanza sempre più rilevante la “settimana corta”, vale a dire la riduzione della settimana lavorativa da 5 a 4 giorni senza intaccare i salari. È un fenomeno planetario che lambisce Paesi lontanissimi tra loro e non solo geograficamente: dalla Spagna alla Nuova Zelanda, dagli Stati Uniti d’America al Giappone, tutti interessati a capire se con un tempo minore passato in fabbrica o in ufficio, sia possibile ottenere un miglior equilibrio tra il benessere dei lavoratori e la produttività delle aziende.
In Europa il Paese pioniere in tale ambito è sicuramente l’Islanda che, pur vantando, come i vicini nordici, alti livelli di reddito e un welfare molto generoso, ha sempre lamentato una bassa produttività accoppiata a una settimana lavorativa molto pesante (44,4 ore effettive nel 2018).
Secondo un’indagine effettuata del 2005, quest’ultimo connubio costituiva per molti cittadini fonte di disagio, insoddisfazione ed incapacità di conciliare i tempi di vita e di lavoro, con pesanti e negative ripercussioni sulla qualità della vita.
Coinvolgendo un ristretto campione di lavoratori pubblici, il governo di Reykjavik, tra il 2015 e il 2019, conduceva 2 esperimenti di riduzione della settimana lavorativa da 40 a 35/36 ore a parità di salario.
I risultati ottenuti si rivelavano sorprendenti: oltre a un...