In tempi di campagna elettorale, il tema delle pensioni torna puntualmente al centro dell’ attenzione dei media, animando il dibattito tra i vari schieramenti politici. In particolare, sono le forze populiste a soffiare sul fuoco della previdenza per cercare di catturare il maggior consenso possibile, facendo, però, quasi sempre ricorso a proposte demagogiche e dannose per la collettività.
Tutti ricordiamo la scorsa tornata del 2018, quando la sbandierata abolizione della Riforma Fornero (sicuramente dolorosa e non priva di contraddizioni, ma necessaria per le casse pubbliche) sfociò poi nella famosa “Quota 100” che ancor oggi rimane un provvedimento identitario dell’allora governo giallo-verde. Bene, al tirar delle somme, quell’esperienza si è rivelata disastrosa e iniqua; ha contribuito ad aumentare sensibilmente il rapporto tra spesa pensionistica e PIL; non ha favorito l’auspicata occupazione giovanile, come ammesso dallo stesso presidente dell’INPS; ha consentito a una platea di 250.000 privilegiati, in gran parte uomini e con pensioni medio-alte, di lasciare il lavoro a condizioni molto favorevoli.
Inoltre, i suoi effetti negativi non possono essere circoscritti ai 3 anni della sua esistenza ma persistono anche dopo, poiché lasciano in eredità agli esclusi un enorme scalino, per superare il quale è necessario introdurre ulteriori misure di flessibilità in uscita.
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