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Lavoro 05 Agosto 2022

Il “tempo tuta” va retribuito?

I chiarimenti della giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Il tempo impiegato per cambiarsi e indossare gli abiti da lavoro (cd. tempo tuta) è sempre stato oggetto di dispute molto accese nel mondo del lavoro. In particolare, ci si è posti il dilemma se esso debba essere inserito nell’orario lavorativo e, conseguentemente, vada retribuito. Interpellato sul punto, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha precisato che rientra nel normale orario “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio delle sue funzioni” (interpello 23.03.2020, n. 1). Sulla base di queste considerazioni, sembrerebbe escludersi una retribuibilità del tempo dedicato dal lavoratore ad indossare gli indumenti da lavoro (es. tute, camici, divise, dispositivi di protezione individuali), poiché in questi frangenti il lavoratore non presta un’attività lavorativa vera e propria e, quindi, non esercita le sue funzioni. Tuttavia, nel tempo, la Corte di Cassazione ha elaborato una giurisprudenza molto più sottile, chiarendo che “per valutare se un certo periodo di servizio rientri o meno nella nozione di orario di lavoro, occorre stabilire se il lavoratore sia o meno obbligato a esser fisicamente presente sul luogo di lavoro e a essere a disposizione del datore di lavoro per poter fornire immediatamente la propria opera”. In altri termini, la Suprema Corte ritiene necessario distinguere 2 ipotesi: in una,...

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