L'Imu precompilata, che i contribuenti potranno pagare direttamente dall'App IO tramite la piattaforma pagoPA, è rimasta a lungo un progetto sulla carta. Adesso, però, qualcosa si muove davvero. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze sta finalizzando un decreto interministeriale, atteso per le settimane successive alla Pasqua 2026, che darà attuazione concreta a quanto già stabilito dall'art. 1, c. 765 L. 160/2019 (legge di Bilancio 2020). Quella norma aveva inserito la piattaforma pagoPA tra le modalità di versamento dell'imposta municipale propria, ma nessun provvedimento attuativo aveva fatto seguito. Per oltre 5 anni, la disposizione è rimasta lettera morta.
Il nodo centrale: verificare se pagoPA fosse in grado di replicare la granularità informativa oggi garantita dal modello F24. Non è questione banale. I Comuni dipendono da flussi contabili aggiornati in tempo reale, soprattutto per distinguere la quota Imu di propria competenza da quella riservata allo Stato. Per gli immobili di categoria D (opifici, alberghi, capannoni industriali e commerciali) l'aliquota base dello 0,76% affluisce nelle casse erariali. I Comuni possono deliberare una maggiorazione fino a un ulteriore 0,76%, ma solo questa eccedenza rimane di competenza municipale. Se pagoPA non riesce a garantire questa distinzione con la stessa precisione del modello F24, il sistema non può partire.
La fase sperimentale coinvolgerà 2.000 Comuni, selezionati in modo da rappresentare tutte le fasce demografiche e l'intero territorio nazionale. Criterio non secondario nella selezione: sono stati privilegiati enti con delibere fiscali relativamente omogenee, senza eccessiva frammentazione di aliquote e fattispecie particolari. Per questi Comuni, l'obiettivo operativo è il saldo Imu di dicembre 2026. Gli altri dovranno attendere il 2027.
Sul piano pratico, il meccanismo funzionerà così. La dichiarazione precompilata sarà disponibile su un portale istituzionale dedicato; il contribuente riceverà un alert via App IO con l'importo già calcolato sulla base dei dati catastali e delle aliquote deliberate dal Comune. Il pagamento avverrà in pochi passaggi dallo smartphone, senza bisogno di consultare delibere, applicare coefficienti o calcolare manualmente la base imponibile, determinata, ai sensi dell'art. 1, c. 745 L. 160/2019, rivalutando del 5% la rendita catastale e moltiplicando il risultato per il coefficiente di legge (160 per le categorie abitative, per esempio).
C'è già un precedente positivo. Il Comune di Roma, digitalizzando la riscossione della Tari tramite pagoPA, ha ottenuto un significativo recupero dell'evasione e una conseguente riduzione delle tariffe per i contribuenti adempienti, un circolo virtuoso che, nella prassi degli enti locali, si vede raramente. Esperienze analoghe di precompilazione sono già operative in Comuni come Trento e Trieste e il MEF intende trasformare queste buone pratiche locali in un sistema nazionale omogeneo e interoperabile.
Vale infine sgombrare il campo da un equivoco. La precompilata non equivale a un esonero dalla verifica. Se il Catasto riporta dati non aggiornati (una variazione di destinazione d'uso, un ampliamento mai comunicato, una fusione di unità immobiliari) l'importo calcolato risulterà errato e la responsabilità resta in capo al soggetto passivo.
Il tax gap stimato per l'imposta municipale si attesta attorno al 20% a livello nazionale, con punte superiori al 30% in alcune Regioni meridionali (fonte: relazione sull'evasione fiscale MEF 2024). La digitalizzazione della riscossione punta a incidere su questo divario. Ma anche il miglior sistema precompilato non può fare nulla contro dati catastali obsoleti: la verifica rimane un obbligo, importante e fondamentale, per il contribuente.
