La Suprema Corte, con sentenza 5.10.2018, n. 24571, è tornata sulla delicata questione della ripetibilità delle spese liquidate nell'esecuzione forzata dal giudice in sede processuale. Il problema involge l'analisi dell'art. 95 c.p.c. secondo cui “le spese sostenute dal creditore procedente e da quelli intervenuti che partecipano utilmente alla distribuzione sono a carico di chi ha subito l'esecuzione, fermo il privilegio stabilito dal Codice Civile”.
Si discute in giurisprudenza se la disposizione si possa considerare applicazione del criterio generale della soccombenza, previsto dall'art. 91 c.p.c., o se l'esito obbligato del processo di esecuzione escluda la possibilità di configurare un soccombente in senso proprio.
L'orientamento ormai costante della giurisprudenza è quello di ritenere che il principio della soccombenza sia formulato solo con riguardo al giudizio di cognizione, sicché nel procedimento esecutivo l'onere delle spese non seguirebbe il principio della soccombenza bensì quello della soggezione del debitore all'esecuzione. Se infatti il processo esecutivo concreta l'accoglimento di una domanda attraverso un provvedimento giurisdizionale, è anche vero che rispetto a quella domanda non vi è compiuta ed effettiva dialettica ma solo soggezione, salvi i giudizi di opposizione che innescano una posizione realmente avversativa alla pretesa in parola.
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