Per “lavoro domestico” si intende una serie di prestazioni rese a favore di un soggetto o di un’organizzazione non imprenditoriale e che consistono in servizi destinati al funzionamento della vita familiare e al governo della casa.
Il datore di lavoro può essere:
una persona singola;
un nucleo familiare i cui componenti sono legati da un vincolo affettivo e di mutua assistenza;
una comunità di tipo militare o religioso, nella quale vengono riprodotte al suo interno le stesse regole della vita familiare.
Il lavoratore (in realtà sarebbe più corretto dire la lavoratrice, poiché nel quasi 90% dei casi si tratta di una donna) svolge generalmente le mansioni di colf e badante, ma potrebbero essere anche quelle di cuoco, cameriere, baby-sitter, autista, giardiniere, custode o portiere.
Secondo un’indagine Eurostat l’Italia è il Paese che, con Cipro, vanta la maggiore percentuale di lavoro domestico a livello comunitario. Si tratta, tuttavia, di un primato del quale c’è poco da andare fieri, giacché poco onorevoli sono le due ragioni di fondo. La prima, infatti, è da attribuire alla grave carenza di servizi, sia pubblici che privati, alle famiglie, soprattutto nell’ambito dell’assistenza alla persona e agli anziani; la seconda è da rinvenire nei costi del lavoro molto bassi, anche perché caratterizzati da una diffusissima evasione fiscale e...