Negli ultimi tempi è tornato prepotentemente alla ribalta l'argomento, grazie soprattutto a 2 proposte di legge giacenti in Parlamento, una che punta a una soglia minima fissa di 9 euro lordi da estendere a tutti i lavoratori, anche quelli già contrattualizzati; l'altra che prevede una cifra di € 9 netti ma solo nei comparti non coperti dalla contrattazione collettiva, preservando così la centralità delle relazioni industriali.
Premesso che il dibattito è acceso sull'ipotesi stessa di varare il salario minimo, e che entrambe le proposte hanno a loro volta suscitato discussioni e polemiche, è necessario cercare di capire i motivi della diatriba, partendo anzitutto da un dato allarmante: le retribuzioni dei lavoratori italiani sono al di sotto della media europea e l'Italia è ai primi posti nell'UE per quantità di working poors, cioè di persone che pur avendo un lavoro, vivono al di sotto della soglia di povertà.
Da qui l'esigenza di istituire un salario minimo legale, ovverosia di un limite al di sotto del quale non si può scendere nella retribuzione. Esiste nella stragrande maggioranza dei Paesi europei (ben 22 su 28), mentre quelli che non ce l'hanno, tra cui l'Italia, rimettono la fissazione della paga minima alla contrattazione collettiva.
E qui si erge il vero grande scoglio contro cui, per il momento, sembra infrangersi l'introduzione dell'istituto: organizzazioni sindacali e associazioni datoriali sono concordi nel ritenere inutile il salario minimo, dal momento che i contratti collettivi arrivano a garantire la quasi totalità dei lavoratori. Bisognerebbe, semmai, puntare a un rafforzamento di quelli esistenti, attraverso l'estensione erga omnes per legge di quelli più rappresentativi.
Inoltre, lo scavalcamento della contrattazione collettiva potrebbe indurre molte imprese a...