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Paghe e contributi 06 Febbraio 2026

Legge di Bilancio 2026 e detassazione in busta: non sempre conviene

La legge di Bilancio 2026 ha introdotto un'imposta sostitutiva del 5% sugli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali che in alcuni casi potrebbe penalizzare il lavoratore anziché accrescere il netto in busta.

La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una misura a favore dei lavoratori dipendenti, che prevede una tassazione agevolata al 5% applicabile agli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali sottoscritti nel periodo dal 1.01.2024 al 31.12.2026, in sostituzione delle ordinarie aliquote Irpef. Tuttavia, quello che sulla carta appare come un vantaggio potrebbe trasformarsi, in alcuni casi, in un boomerang per i contribuenti. Si osserva, infatti, che l’elaborazione dei primi cedolini paga di gennaio 2026 ha fatto emergere alcune criticità inattese. In diversi casi, i lavoratori che hanno beneficiato degli aumenti contrattuali si sono trovati di fronte a un netto in busta paga inferiore alle aspettative, quando non addirittura più basso rispetto a quello che avrebbero maturato applicando l’ordinaria tassazione Irpef.

L'imposta sostitutiva, come anticipato, si applica agli incrementi retributivi legati ai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro, sostituendo la tassazione progressiva Irpef che, secondo gli scaglioni 2026, prevede un'aliquota del 23% fino a 28.000 euro, del 33% oltre 28.000 e fino a 50.000 euro, e del 43% oltre 50.000 euro. Il nodo critico sta proprio nella natura "sostitutiva" dell'imposta. Mentre il reddito ordinario beneficia delle detrazioni per lavoro dipendente, che per i redditi fino a 15.000 euro possono arrivare a 1.955 euro annui, la quota di retribuzione assoggettata all'imposta del 5% non sconta alcuna detrazione. Ciò significa che, per i lavoratori con redditi medio-bassi, che godono di detrazioni più elevate, il risparmio derivante dall'aliquota agevolata potrebbe essere completamente annullato, se non addirittura superato, dalla perdita delle detrazioni fiscali.

Esemplificando, confrontiamo la situazione dello stesso lavoratore con e senza detassazione. Si ipotizzi un lavoratore che percepisce una modesta retribuzione ordinaria pari a 794,12 euro, a cui si sommano il trattamento integrativo ex D.L. 3/2020 di 100 euro e la somma integrativa ex L. 207/2024. Dopo aver versato i contributi previdenziali Inps per complessivi 75,88 euro, risulta un imponibile fiscale di 718,24 euro. Applicando la tassazione ordinaria risulterebbe un'Irpef lorda di 165,20 euro che viene completamente azzerata dalla detrazione per lavoro dipendente. Il risultato finale evidenzia un netto in busta di 856,31 euro.
Con l'introduzione della detassazione, lo scenario cambia radicalmente. L'aumento contrattuale detassabile, che ipotizziamo pari a 90,13 euro lordi, viene escluso dall'imponibile Irpef e assoggettato separatamente all'imposta sostitutiva del 5%. La retribuzione ordinaria non varia e le detrazioni per lavoro dipendente azzerano completamente l'imposta dovuta; tuttavia, emerge un imponibile per l'imposta sostitutiva del 5%. In altre parole, applicando la tassazione ordinaria, grazie alle detrazioni, il lavoratore non avrebbe pagato alcuna imposta aggiuntiva sull'aumento.
Il risultato finale è un netto in busta inferiore e un vantaggio fiscale nullo.

In sostanza, per i lavoratori con redditi bassi le cui detrazioni abbattono l'Irpef, la detassazione al 5% potrebbe determinare il pagamento di un'imposta che altrimenti non sarebbe dovuta. Il meccanismo pensato per favorire i lavoratori finisce così per penalizzare proprio coloro che ne avrebbero più bisogno. In assenza di chiarimenti ufficiali o di meccanismi correttivi, molti lavoratori potrebbero trovarsi di fronte a una sgradita sorpresa nel cedolino paga. A questo punto, la speranza è che l'Agenzia delle Entrate intervenga rapidamente con gli attesi chiarimenti interpretativi, al fine di correggere tali storture. A ogni modo, si ricorda che la norma consente al lavoratore che intenda rinunciare all'applicazione dell'imposta sostitutiva la possibilità di comunicare tale scelta al datore di lavoro, in forma scritta.